DUE GIUGNO . LA DEMOCRAZIA DI PIERO GOBETTI

di pietro polito

Per noi la democrazia è il regno dell’iniziativa.

Piero Gobetti

In questo 2 giugno 2022 ci sono buone ragioni per tornare su Piero Gobetti. La festa della Repubblica cade a 100 anni dalla Marcia su Roma che ha introdotto nel nostro Paese uno dei regimi più infami che la storia abbia mai conosciuto. Gobetti ha combattuto il fascismo con la sua vita, le sue idee, la sua opera di organizzatore di cultura e di editore. All’intellettuale antifascista dedicheremo il convegno La nostra cultura politica. A 100 anni dalla fondazione della “Rivoluzione Liberale” (27 e 28 ottobre 2022). Il Gobetti editore sarà al centro del programma di lavoro del Centro studi nel 2023 – la casa editrice Piero Gobetti inizia la sua attività il 20 marzo 1923. L’auspicio è che il prossimo Salone del Libro di Torino sia dedicato all’editore ideale.

Il nucleo del messaggio gobettiano può essere riassunto nella contrapposizione tra fascismo e democrazia, con le sue parole tra la «tirannide» e il «regime di moderna democrazia diretta e laica»,

che egli delinea nel programma dei «Gruppi della Rivoluzione Liberale», fondati all’indomani del delitto Matteotti nel giugno 1924. Se è vero, come è vero, che con la guerra di aggressione della Russia all’Ucraina siamo entrati in uno di quei tornanti della storia dominati dalla contrapposizione tra democrazia e autocrazia, giova confrontarsi con l’idea di  democrazia di Piero Gobetti che si definisce in opposizione al fascismo e può essere considerata una alternativa a ogni forma di autocrazia.

Gobetti suggerisce una grande distinzione tra due categorie di conflitto: da un lato le «forme di attività e conseguente lotta, più vive, più proficue», che occorre favorire, dall’altro le forme di lotta «che non corrispondono più all’esigenza di lavoro e di progresso»[1], e quindi da abbandonare. Se il giudizio di Gobetti sulla violenza non è univoco e si inserisce nella considerazione generale del suo tempo – la violenza è una manifestazione quasi naturale del processo storico – diversamente almeno tendenzialmente la guerra viene in un primo momento accolta, in un secondo rifiutata. Sia pure contraddittoriamente, Gobetti avverte che la guerra non svolge più, se mai l’ha svolta, una funzione benefica e che essa è un tipo di conflitto destinato gradualmente a scomparire. All’indomani di una guerra di proporzioni immani e gigantesche afferma che tra le forme di lotta –che non sono «più vive» né «proficue» – «noi comprendiamo la guerra per la guerra esaltata dai nazionalisti; comprenderemo domani magari ogni forma di guerra come confluire di attività esplicantesi in forme brute»[2].

La democrazia intesa alla maniera di Gobetti mira a coniugare l’aspetto procedurale con quello etico. Infatti i due principali obiettivi della nuova organizzazione – i Gruppi della Rivoluzione Liberale – sono, da un lato, la creazione di una nuova classe dirigente «sulla base delle nostre pregiudiziali e delle nostre soluzioni», dall’altro, la promozione di «un rinnovamento di democrazia moderna nell’ambito dei vari partiti». Il programma ribadisce che l’opposizione al fascismo deve trovare il suo fulcro nelle forze affermatesi per «la legge infallibile e ineluttabile della lotta di classe». Ma, come si è anticipato, lo scopo dell’antifascismo viene individuato nella «eliminazione dei governi personali e la loro sostituzione con un regime di moderna democrazia diretta e laica, fondato sulla rappresentanza proporzionale ed espresso dalla libera lotta dei partiti»[3].

Non si potrebbe esprimere meglio l’idea che la lotta di classe è una forma di conflitto “viva” e “proficua” che si manifesta fuori dalle istituzioni ma non contro il sistema democratico-parlamentare. La sua rivoluzione liberale non è una rivoluzione per sovvertire il sistema democratico; semmai per restaurarlo, o meglio ancora, per instaurarlo finalmente, dopo la parentesi di medioevo rappresentata dal fascismo, in una forma rinnovata e più avanzata istituzionalmente e socialmente rispetto alla democrazia prefascista.

Dal punto di vista non istituzionale ma etico, per democrazia si può intendere gobettianamente un processo di allargamento delle istituzioni democratiche che favorisca il continuo ricambio delle classi politiche e a lunga scadenza prepari l’affermazione della nuova classe dirigente espressa dalle classi popolari. In questa prospettiva Gobetti sostiene che il conflitto tra i partiti in parlamento si riduce a una mera contrapposizione tra “schemi”, se i partiti non sono espressione di “forze” reali attive nella società; contemporaneamente ritiene che il conflitto tra le classi, intese come grandi forze collettive che si affacciano sulla scena politica, si rivela distruttivo se non si compone in parlamento: «Il regime parlamentare — scrive nel volume La Rivoluzione Liberale  —, nonché contrastare a questa legge storica della successione dei ceti e delle minoranze dominanti, non è che lo strumento più squisito per lo sfruttamento di tutte le energie partecipanti e per la scelta pronta dei più adatti»[4].

Il conflitto tra le classi o forze, tra i partiti, tra le élite  ha  un valore educativo per le sorti stesse della democrazia. Nel saggio Democrazia  Gobetti contrappone la democrazia conflittuale alla democrazia armonica, attaccando la «democrazia dei positivisti» che è l’idea di democrazia adottata dai democratici italiani (si riferisce in particolare Eugenio Rignano e Napoleone Colajanni): «Un concetto statico di armonia sociale, concepito secondo analogie biologiche, col pregiudizio dell’evoluzione graduale da accettarsi pacificamente; una democrazia fatta, mentre la nostra è una democrazia da fare»[5].

I positivisti «concepiscono la società come armonia, non come contrasto». Si spiega così «l’odio più implacabile» per  Marx. La democrazia armonica considera i conflitti, specie quelli tra classi, fenomeni disgregatori dell’«armonia sociale», perciò diseducativi in quanto dissolvono il senso di solidarietà sociale nelle classi popolari. Al contrario la democrazia conflittuale fa propria la lezione di Marx:  «Perciò una democrazia vera deve nascere sul terreno storico del marxismo e i democratici italiani che sulle orme del buon Colajanni imprecano a Marx son fior di reazionari» . Ironicamente: «A giudicare dal grado raggiunto di solidarietà sociale  se non si accetta il materialismo storico avremo un tutore»[6] 

La principale caratteristica della democrazia conflittuale è la formazione continua di nuove classi dirigenti. Nelle sue pagine si incontrano numerosi luoghi dove si assume la formazione di «una classe dirigente più colta»[7], come scopo dichiarato della propria iniziativa politica. Non a caso, riassumendo il problema centrale del metodo e della tattica della R.L, nella rubrica Esperienza liberale, si pone la domanda: «Ma il nostro compito dichiarato non è appunto la formazione di una classe politica su nuove basi di onestà culturale e di organicità storica?»[8].

La nuova classe dirigente avrebbe dovuto nascere dalle lotte operaie ed essere espressione del movimento operaio nascente, che è venuto ereditando la funzione libertaria originariamente esercitata dalla borghesia. Icasticamente Gobetti afferma: «Per noi la democrazia è il regno dell’iniziativa»[9]. Il modello che ha in mente è l’Inghilterra: «L’iniziativa e il contrasto sono i soli giudici autorizzati. Si possono migliorare i conflitti delle classi: per esempio i conflitti in Inghilterra si svolgono su un piano diverso dai conflitti italiani. Ma questo è problema di stile e lo stile non s’impara; si conquista con gli esperimenti del ’19 e del ’20, tanto aborriti dai nostri democratici»[10].

In Gobetti ricerca teorica e azione pratica sono attività interdipendenti. Infatti, la nozione di classe dirigente occupa un posto di primo piano, come si è visto, sia nella sua teoria politica sia nel suo programma politico. Intesa come un ideale da perseguire, l’élite che avrebbe dovuto scaturire dall’«iniziativa popolare diretta» diventa  il fine della rivoluzione italiana. Agli occhi di Gobetti il fascismo è stato la reazione alla rivoluzione in corso e un brusco arresto di quel processo. Mi sembra di poter ritrovare qui una delle radici del suo antifascismo: nell’ideale politico di una nuova classe dirigente, espressa principalmente dal movimento operaio, in antitesi alla vecchia classe dirigente, responsabile della malattia mortale del fascismo.

La previsione che ritroviamo nelle conclusioni dell’articolo Democrazia (1924), dopo vent’anni di fascismo storico e a fronte della persistenza del fascismo eterno, si rivela una utile avvertenza da non dimenticare: «La democrazia nascerà [e prospererà, aggiungiamo noi] come conseguenza della maturazione capitalistica e della lotta tra i partiti. Oggi possono lavorare per prepararla i partiti che combattono senza tregua il fascismo per seppellirlo»[11]. Allora, al tempo di Gobetti e dei suoi eredi, per farla nascere; oggi, al tempo nostro, per – la democrazia – consolidarla e renderla duratura negli anni a venire.

 

Note: 

[1] P. Gobetti, La nostra fede, EN, serie II, n. 1, 5 maggio, 1919, p. 1; poi in Id., Scritti politici, a cura di P. Spriano, Einaudi, Torino 1960; seconda edizione ampliata, 1969; ristampa della seconda edizione 1997, p. 84 (d’ora in poi: SP).

[2] Ibidem.

[3] P. Gobetti, Gruppi della Rivoluzione Liberale, “La Rivoluzione Liberale”, III, n. 18, 8 luglio 1924, p. 110; SP, pp. 759-760.

[4] La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia (1924), nuova edizione a cura di E. Alessandrone Perona con un Profilo di Piero Gobetti di Paolo Spriano, Einaudi, Torino 1983; poi con un saggio di P. Flores d’Arcais, Einaudi, Torino 1995. p. 46.

[5] P. Gobetti, Democrazia, RL, III, n. 20, 13 maggio 1924, p. 77; SP, pp. 676 e 678.

[6] Ibidem.

[7] P. Gobetti, Guerra agli apolitici, RL, a. III, n. 10, 4 marzo 1924, p. 40;  SP, p. 626.

[8] P. Gobetti, Esperienza liberale , RL, a. I, n. 18, 18 giugno 1922, p. 68; SP, pp. 378 e 379.

[9] P. Gobetti, Esperienza liberale [II], a. I, n. 8, 9 aprile 1922, p. 32; SP, p. 309.

[10] P. Gobetti, La filosofia di un fascista mancato, RL, III, n. 3, 15 gennaio 1924, p. 9; SP, p. 573.

[11] P. Gobetti, Democrazia, cit., p. 77; SP, p. 678.

 

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