Archivi categoria: editoriale

60 anni senza Luigi Einaudi

di riccardo mastrorillo

con uno scritto di Luigi Einaudi

60 anni fa moriva Luigi Einaudi, non possiamo non ricordarlo come maestro indiscusso di libertà e di uguaglianza. In questo brano che vi riproponiamo è condensato il suo pensiero rivoluzionario e attuale, e si fa chiarezza assoluta su cosa sia liberalismo e cosa sia conservatorismo. In questo brano vi è uno dei pochi accenni che Einaudi fa a Keynes (di cui ad aprile abbiamo commemorato i 75 anni dalla morte), accenno tutt’altro che polemico, ma anzi rivelatore della stima che Einaudi provava per l’economista Inglese. L’accenno allo scopo “redistributivo” della fiscalità generale mette pace sul significato Einaudiano del liberismo: alla faccia dei liberaloidi reazionari che pensano che la flat tax sia una soluzione “liberale”. Grazie Einaudi nostro faro e nostro custode di valori. Ne riparleremo ancora nell’annuario di Critica liberale che uscirà a breve.

Giustizia e libertà

di luigi einaudi

Corriere della Sera», 25 aprile 1948 – Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 117-122 Continua la lettura di 60 anni senza Luigi Einaudi

can can finale della Repubblica italiana: “per Berlusconi al quirinale”

di enzo marzo

Fino a poco tempo fa la lettura dei giornalacci-trash di destra, assunta masochisticamente per volontario obbligo di conoscenza, mi amareggiava la giornata. Le sconcezze di Vittorio Feltri e di Sgarbi, le turpitudini di Borgonuovo, il servilismo di Giordano, le rocambolesche avventure rossobrune di Sansonetti, l’immarcescibile inciucismo verdiniano del “Foglio” mi mettevano di cattivo umore, perché vi vedevo le prove più degradate della disfatta del giornalismo nostrano. Mi chiedevo: possibile che non si possa leggere una sana opinione di destra? Adesso mi sono arreso: la risposta è no, non è possibile, e non resta che prenderla sul ridere. D’altra parte, mi piace questa concorrenza senza freni tra fogli più o meno leghisti e berlusconiani, ma col cuore meloniano, che non sanno più a chi obbedire e si scontrano tra di loro. Belpietro, stretto tra tanti concorrenti, per acciuffare qualche copia tra i militanti di Forza Nuova si è fatto tutto no-vax e no-greenpass. Preso dalla disperazione presto si assesterà su posizioni tolemaiche. Sallusti, che qualche mese fa scriveva col pennino intinto nello sdegno contro il ridicolo golpe dei trumpiani a Washington, e se la prendeva con i seguaci nostrani, ora si è riallineato con gli alleati di sempre. Immobile, stretto tra le nostalgie storaciane e il piduismo eterno di Bisignani, è invece “il Tempo” fermo al Regime.

Ma ora un punto li unisce: far finta di credere alla candidatura di Berlusconi al Quirinale.

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IRRICEVIBILE

di raffaello morelli

Non è dato sapere quale tipo di conseguenze avrà in Italia la nota verbale conosciuta il 22 giugno (tramite un articolo sul “Corriere della Sera”) ma presentata cinque giorni prima all’ambasciata italiana dal Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor  Gallagher. Tuttavia una cosa va detta subito. Soprattutto visto che mercoledì 23 alla Camera c’è stato ­– come previsto prima di importanti incontri UE – un dibattito con il Presidente Draghi. E della nota non si è parlato, nonostante lui stesso avesse annunciato alla vigilia che avrebbe fatto un commento strutturato, qualora il tema gli fosse stato posto. Siccome nessun deputato lo ha posto.

La cosa da dire subito a scanso di equivoci che già si stanno profilando, è che la nota verbale di Gallagher  costituisce un atto diplomatico di estrema gravità per l’Italia. Di fatti  essa afferma che “alcuni contenuti della proposta legislativa in esame presso il Senato (ndr, il controverso disegno Zan)  riducono la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato“. Tali parole, in apparenza manifestano il giudizio del Vaticano sulla proposta (del tutto legittimo dal punto di vista delle istituzioni laiche), ma nella realtà hanno l’evidente pretesa di ritenere il Vaticano parte inaggirabile del processo legislativo italiano. La conferma viene non solo dalla lettura del testo, ma dal fatto che la CEI aveva già più volte manifestato il suo giudizio preoccupato sul ddl Zan, Dunque, non è un caso il passaggio da un organo come la CEI interno al dibattito culturale italiano, alle note verbali internazionali. Significa che  il Vaticano intende tirare in ballo le norme concordatarie, ritenendo che esse determinino le decisioni dei Governi e delle Camere dell’Italia.

Pertanto la risposta italiana alla nota è un concetto solo: irricevibile (formulato nei termini degli usi diplomatici). Sotto questo profilo la prima dichiarazione corretta è stata quella del Presidente della Camera che ha detto ad Agorà su Rai3 “noi come Parlamento non accettiamo ingerenze. Il Parlamento è sovrano e tale rimane sempre”. Ma  sarebbe stato meglio se il principio fosse stato ribadito dal titolare dei rapporti internazionali, il Ministro degli Esteri Di Maio (ad ora nelle nebbie) . Nel pomeriggio del 23, al Senato, il Presidente del Consiglio Draghi ha compiuto un passo in più.  Il giorno prima  aveva fatto sì un commento corretto – “dovranno essere valutati gli aspetti segnalati da uno Stato con cui abbiamo rapporti diplomatici” – ma parziale, dato che aveva sorvolato sull’aspetto segnalato sopra, cioè l’inaccettabile pretesa vaticana che le norme concordatarie determinino le decisioni dell’Italia. Al Senato ha precisato “il nostro è uno Stato laico, non confessionale. Il Parlamento è libero di discutere e legiferare e il nostro ordinamento è in grado di dare tutte le garanzie verificare che le nostre leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa”. Molto meglio ma non del tutto sufficiente, perché non esprime il concetto decisivo. La nota è irricevibile.

Tra l’altro, se questo concetto di “irricevibilità” non sarà espresso,  sarà compromessa l’autonomia del Senato nel decidere sul testo del ddl Zan approvato dalla Camera. E’ un testo che deriva da un giusto intento di convivenza civile e che adopera strumenti assai impositivi.  Se non  sarà espresso il concetto di “irricevibilità”, qualunque decisione del Senato sarebbe tacciata  di essere frutto dell’ingerenza vaticana. Questo è un altro motivo che spinge ad essere subito chiari nel merito della questione istituzionalmente più rilevante. Le istituzioni della Repubblica sono laiche non solo a parole.

 

 

2 giugno: la Repubblica incompleta

di angelo perrone

La scelta repubblicana e la Costituzione democratica, fondata sui valori di libertà e solidarietà, furono le basi della ricostruzione dopo la guerra e il fascismo. Il Paese deve saper affrontare le sfide del tempo, facendosi carico della precarietà del presente. L’urgenza di ritrovare il sentimento di fiducia e di coesione sociale

Il 2 giugno 1946 è la data che mette insieme la fatica di fare i conti con il passato e il coraggio di avventurarsi verso il nuovo: un mondo ancora da definire, esposto a cambiamenti imprevedibili, che richiede consapevolezza. Le due esigenze definiscono il compito svolto da quella generazione, e l’impegno assegnato a quelle future.

La data è fortemente identitaria per gli italiani, ne indica la presa di coscienza rispetto al passato, segnato da sangue e sventure, e la volontà di impostare l’avvenire, con un obiettivo primario: trasformare la curva faticosa dell’esistenza in un cammino di speranza.

Quel giorno è segnato da una doppia ricorrenza. La vittoria della repubblica sulla monarchia, e l’elezione dell’assemblea costituente, per fissare nuove regole, ispirate ai valori della Resistenza e della rinascita come paese unito e solidale. Un passaggio storico, a suffragio universale, e, per la prima volta, con il contributo delle donne. Il cui voto fu, verosimilmente, decisivo per la scelta della repubblica.

Il nostro sguardo è rivolto a vicende ormai scolpite nel tempo, ma è sollecitato da quanto è accaduto in seguito proprio in conseguenza di quelle scelte: i problemi risolti, quelli lasciati insoluti, gli altri che all’epoca non erano nemmeno immaginabili, e che solo le trasformazioni successive hanno fatto emergere. In tutta la loro drammaticità. L’attualità della data è in questa complessità.

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L’insostenibile leggerezza dell’imposta di successione

di riccardo mastrorillo

con uno scritto di luigi einaudi

In Italia l’imposta di successione è praticamente inesistente, si applica alle quote ereditate con una franchigia di un milione di euro a erede, l’aliquota varia tra un 4% e un 8%, il gettito dell’imposta di successione è inferiore al miliardo, una delle cifre più basse tra i paesi dell’OCSE, pari alo 0,11% del gettito fiscale complessivo. In Germania il gettito è di oltre 7 miliardi, pari allo 0,52% del gettito totale, in Francia è di 14 miliardi (l’1,38% del gettito complessivo), in sostanza, dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il paese più generoso al mondo in tema di imposta di successione, nonostante, o forse, proprio per questo, sia uno dei paesi più ingessati rispetto alla mobilità sociale: Continua la lettura di L’insostenibile leggerezza dell’imposta di successione

Quella lunga scia di sangue che ci ha rubato il ’68

di franco caramazza 

Il ’68 nacque liberale e libertario. Era la prosecuzione della lotta per il divorzio, i diritti civili, il rifiuto dell’autoritarismo. Era gioia, liberazione sessuale, voglia di valori laici e di modernità. Era figlio del miracolo economico e dei primi viaggi in 500 in giro per l’Europa.

Quando occupavamo le aule universitarie – a partire da Palazzo Campana a Torino – lo facevamo perché volevamo abbattere la gerarchia nel sapere e il potere accademico, quello figlio del familismo e della consorteria delle parentele. Avevamo intuito che quel grumo, che avevamo imparato a conoscere nelle Università ma che pervadeva ampi strati della società “borghese”, impediva il libero dispiegarsi delle energie di una società che non poteva affidare la sua modernizzazione solo alla diffusione degli elettrodomestici e degli altri beni di consumo.

Sognavamo una rivoluzione liberale.

Ma poco dopo presero il sopravvento i temi operaistici, agitati dalla cultura catto-comunista. Le Università furono abbandonate e la paligenesi fu cercata fuori dai cancelli delle fabbriche e nel conflitto di classe.

Infine, su tutte le nostre speranze e le nostre idealità si abbatté – di lì a poco – il terrorismo rosso e la P38.

La complice connivenza di fiancheggiatori, simpatizzanti, cattivi maestri e di quanti a sinistra – almeno fino all’omicidio del sindacalista Rossa – mantennero un atteggiamento ambiguo generarono un’area grigia nel dibattito politico in cui non si è distinto con la necessaria e indispensabile nettezza tra lotta politica e violenza, tra quanti amavano il confronto dialettico e quanti imbracciavano la P38.

Le trame nere e i servizi deviati fecero il resto.

Rimanemmo con una modernizzazione abortita e con i suoi conati che hanno caratterizzato i decenni a venire. Un processo irrisolto che ha congelato il Paese e da cui non riusciamo a uscire.

Arrestati i latitanti (latitanti, per favore, e non esiliati come li ha chiamati l’ex brigatista Persichetti. Gli esiliati in Francia furono altri, furono i martiri della dittatura fascista: Piero Gobetti – tumulato al Pere-Lachaise in una tomba ancora oggi politicamente e storicamente anonima – Giovanni Amendola, Francesco Saverio Nitti, riferimenti di quella cultura liberale cui ci richiamiamo), sono ricomparsi i cattivi maestri.

Così Erri de Luca (e con lui un po’ di ex) ci chiede “cos’altro ci serve da queste vite”. Ci serve – non per vendetta ma per ordine repubblicano – che compaiano di fronte ad un giudice che pronunci, in nome sì del popolo italiano, una condanna per le vite che hanno spezzato. E vengano così avviati all’espiazione della pena – quale che sia – che il giudice naturale disporrà nei tempi e nelle modalità.

E ci serve che Erri de Luca, oggi applaudito frequentatore moraleggiante di salotti letterari, una volta per tutte definitivamente esca dall’equivoco e si associ alla condanna distinguendo tra lotta armata e lotta politica, che abbracci i valori più profondi del pacifismo e della non violenza. E ci chieda scusa per i sogni sessantottini liberali e libertari che lui e i suoi compagni di strada ci hanno rubato.

18 marzo: UNA DICHIARAZIONE NON PERVENUTA

di enzo marzo

“Domani proporremo a Draghi il modello Bertolaso. C’è un modello lombardo che è il più avanzato dal punto di vista della messa in sicurezza della popolazione e delle vaccinazioni“   Matteo Salvini 8 febbraio 2021

Scusate, abbiamo aspettato alcuni giorni, dal 18 marzo “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di coronavirus”, prima di esprimere un nostro giudizio su questo anno infame. Speravamo che la parola “memoria” avesse fatto anche solo una piccola breccia nel muro dell’irresponsabilità e della criminale demagogia che hanno affiancato per più di dodici mesi la pandemia. Invece neppure una parola. Non chiedevamo tanto, soltanto una presa di coscienza dei danni compiuti. Perché vi sono dei responsabili, eccome ci sono.

Sarebbero bastate poche parole:

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celebriamo l’8 marzo ricordando Ipazia d’Alessandria

«ὅταν βλέπω σε, προσκυνῶ, καὶ τους λόγους.
τῆς παρθένου τὸν οἶκον ἀστρῷον βλέπων
εἰς οὐρανὸν γάρ ἐστι σοῦ τὰ πράγματα,
Ὑπατία σεμνή, τῶν λόγων εὐμορφία,
ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως

«Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura.» (Pallada, Antologia Palatina, IX, 400)

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TRE DOMANDE A MATTARELLA

di riccardo mastrorillo

La prassi costituzionale delle consultazioni, prima della designazione del Presidente del Consiglio dei Ministri, fu introdotta da Luigi Einaudi, primo Presidente della Repubblica. Einaudi non introdusse una prassi per sua fantasiosa scelta, ma si basò pedissequamente sul dibattito avvenuto all’Assemblea Costituente, al quale aveva attivamente partecipato. Il principio sarebbe che, attraverso le consultazioni, il Presidente della Repubblica investe dell’incarico la persona che ritiene abbia la reale possibilità di ottenere la fiducia del Parlamento.

La modalità con cui è stato esercitato il mandato esplorativo conferito al Presidente della Camera Roberto Fico sono indiscutibilmente incompatibili con la prassi costituzionale:

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Sei questioni per il quarto referendum in 20 anni

dii antonio pileggi

Quello del 20 settembre 2020, l’anno della pandemia e del centocinquantesimo anniversario della Breccia di Porta Pia, è il quarto referendum che, in venti anni (2001-2006-2016-2020), chiama i cittadini a votare per modificare la giovane Costituzione della altrettanto giovane Repubblica italiana. Poco più di 70 anni fa c’era ancora la Monarchia e vigeva lo Statuto Albertino.

È notorio che anche la semplice modifica di una virgola ad una legge potrebbe comportare conseguenze di varia natura. Cambiare la Costituzione, che è la Legge delle leggi scritta in particolari momenti della Storia di una Nazione, è una cosa seria. I cittadini, in occasione del referendum, non dovrebbero lavarsene le mani come Ponzio Pilato. E non dovrebbero decidere sbrigativamente assecondando le proprie o le altrui passioni, emozioni, simpatie e antipatie del momento.

In proposito, viene subito in mente il metodo suggerito da Luigi Einaudi: “conoscere, discutere e deliberare”. La citazione appare opportuna anche perché Einaudi è stato uno dei Padri Costituenti, è stato eletto a svolgere il compito di Presidente della Repubblica ed è stato definito “esemplare custode” della Costituzione. Ecco perché, anche alla luce delle esperienze e dei risultati caratterizzanti i 3 referendum che hanno preceduto quello del 20 settembre, prima di votare bisognerebbe tenere presente:

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I TERRORISTI OCCULTI di norberto bobbio

di norberto bobbio

PRESENTAZIONE DI PIETRO POLITO

Pubblicato sul sito del Centro studi Piero Gobetti il 01 Agosto 2020.

Non so se vi ricordate dove eravate la mattina del 2 agosto 1980. Io lo ricordo perfettamente. Il 2 agosto 1980, 24 anni, ero a Oliveri, in provincia di Messina, la prima e unica vacanza in campeggio libero, la tenda vicina al mare, accanto alla nostra, quella di due altri giovani che ricordo bene ma non ho più rivisto, forse anche loro venivano da Torino.

Nel primo pomeriggio li abbiamo visti arrivare dal paese, il capo chino, scossi, turbati, angosciati, il pianto trattenuto. Da loro abbiamo appreso la notizia che a Bologna era scoppiata una bomba. Seduti accanto alle due tende a lungo abbiamo parlato… parlato… parlato… 

Quella mattina, ore 10 e 25, stazione di Bologna, un’esplosione assordante, una strage: 89 morti, 200 feriti. La leggerezza dell’estate inghiottita in un boato, perduta per sempre. Da allora non associo più il mese di agosto al riposo, alla vacanza, alla spensieratezza, semmai si può stare senza pensieri.

Da una cartella di ritagli sulla strage ne estraggo uno: il bell’articolo di Elfi Reiter, La mattina che spezzò l’Italia: “il manifesto”, 28 luglio 2012. Vi si legge: “Un treno sta per entrare in stazione, dei passeggeri al finestrino aperto, una ragazza intreccia i lunghi capelli: è estate, si respira aria di vacanza, molti sono giovani e spensierati. Finché lo schermo si fa buio”.

A distanza di 40 anni, proponiamo di rileggere o leggere per la prima volta per i più giovani la prefazione di Norberto Bobbio al libro La strage. L’atto di accusa dei giudici di Bologna, a cura di Giuseppe De Lutiis, Roma, Editori Riuniti, 1986. La tesi di Bobbio è che a Bologna, il 2 agosto 1980, è stato compiuto il delitto “il più efferato”, “moralmente il più ripugnate”, “il più brutale”, una strage indiscriminata “tanto più terrificante quanto più appare ingiustificata, gratuita, come tale imprevedibile e irreparabile” .

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Nell’anno in cui si è celebrato il quarantesimo anniversario della nostra repubblica, sarebbe imperdonabile dimenticare o ignorare l’altra faccia del potere, quella che non si vede e della quale non si parla nelle cerimonie ufficiali (stranamente neppure nella maggior parte degli scritti dei politologi). NelL’universo del potere invisibile sono nati tutti gli episodi di violenza politica che hanno sconvolto il paese, ivi compreso il più efferato, la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

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NON OSATE

di enzo marzo

«Sono arrivata a questa scelta dopo averci riflettuto a lungo, non è stato semplice, ma era diventato impossibile portare avanti idee e progetti per i quali avevo deciso di far parte del Movimento 5stelle». Così dixit Alessandra Riccardi, senatrice del M5s, traslocata nella Lega di Salvini. Non è la prima, e non sarà l’ultima. Un tempo personaggi come questi sarebbero stati definiti “trasformisti”, “attaccati alla poltrona”, “venduti”. Ma ora sarebbe improprio. Evidentemente Riccardi ha «riflettuto a lungo». Mentre Salvini si esibiva nelle sue ultime castronerie. Oppure lei, che deve essere donna di cultura e di «idee», evidentemente si è fatta convincere dal camerata Alberto Samonà, neo assessore leghista alla cultura della Regione siciliana e si sarà commossa alla devozione del vetero e semper fascista verso il terrorista nero Delle Chiaie, e persino alla tenerezza mostrata per le SS: «Guerrieri della luce generati da padre antico e dalla madre terra. Nel sacrificio dell’ultima Thule. Monaci dell’onore».

In tempo di Covid 19 abbiamo avuto occasione di scrivere che, pur molto pessimisti, dobbiamo auspicare una Terza repubblica, opposta alla Seconda, marcita sotto il malaffare del berlusconismo e l’estremismo razzista e parafascista del salvinismo. Un Terza repubblica o sarà “trasparente e rigorosa” o non sarà che la continuazione della “Seconda”, ma ancor più putrida e corrotta. Purtroppo sono già troppi i segnali che non vanno nel verso giusto. Abbiamo anche indicato, come segno sicuro di mascalzonaggine “da Seconda repubblica”,  la sfacciataggine con cui si ostentano decisioni e azioni che un tempo si compivano sì, ma non così copiosamente e soprattutto vergognandosene come ladri colti sul fatto.

Ma, sia chiaro, non diamo alcuna colpa a tale Riccardi.  Lei è quella che è.

La responsabilità politica è tutta di Grillo e di Di Maio.

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