“In quanto donne”: il Pd e le femminucce

Le dirigenti del Pd, piene di invidia, osservano Giorgia Meloni salire sul più alto podio senza che abbia mai pronunciato una sola parola a favore delle donne (anzi rispecchia una visione avversa ai loro diritti). E piagnucolano. Si sentono trattate malissimo dal loro partito e pretendono posti di potere “in quanto donne”. Nel Pd purtroppo non circola un granché di cultura moderna, di nessun tipo. Ma è intollerabile assistere da anni a questo piagnisteo che non tiene in alcun conto di cose vecchie e assodate fin dalla rivoluzione francese, quando si è dato inizio a un concetto di Égalité che si fonda sull’Uguaglianza senza distinzione di ceto, di genere, di colore dei capelli, di statura ecc. L’Egalité è parità di diritti e di opportunità. Ma le burocrate del Pd, e purtroppo anche molte pseudo femministe fuori dal Pd, si dedicano solo a battaglie “corporative”, hanno ottenuto le “quote rosa” di potere “in quanto donne”, dimenticando che non conta assolutamente il posto ricoperto, e che anzi un ruolo non conquistato col merito o con l’abilità, bensì assegnato “in quanto donna”, è già di per sé subalterno, paga una diminutio fin dalla nascita. In politica conta davvero solo la “forza politica”, e quella o ce l’hai o non ce l’hai. Quanti politici omosessuali hanno successo in politica? Ma certamente non per le loro opzioni di genere. La battaglia “in quanto donna” per l’elezione del Presidente della repubblica è stata avvilente e preistorica: meglio la Casellati o il Mattarella? Alle burocrate l’ardua sentenza.

Meloni andrà a Palazzo Chigi, Serracchiani potrà cambiare (come ha fatto) quante correnti vuole ma rimarrà sempre Serracchiani, con l’unico merito d’essere una “donna”. Quando le piddine si sentiranno di essere davvero “uguali”, abbandoneranno la ricerca del “protezionismo” e raggiungeranno le posizioni che meritano. Come d’altronde in altri paesi, dove le donne che militano in politica affrontano il conflitto politico e raggiungono posizioni di assoluto rilevo non “in quanto donne”, ma in quanto persone.

Sembra che il Pd, per assoluta mancanza di cultura liberale, per rimediare allo scarso potere delle “sue” donne, voglia rimediare nominandone due qualunque a Capogruppo in Parlamento: “In quanto donne”. La forma “politicamente corretta” sarà salva, intanto poi le decisioni le prenderanno altri.

Un commento su ““In quanto donne”: il Pd e le femminucce”

  1. Caro Enzo,
    ancora una volta (è la terza) vengo meno, riflettendo su quello che scrivi, al mio voto di non ingombrare alcun sito Internet con inutili interventi, e mi permetto alcune considerazioni “collaterali” alle tue (soerando che tu ed i tuoi lettori non le consideriate del tutto fuori tema).
    Non conosco (né “ci tengo e ci tesi mai” a conoscere) la signora Serracchiani, che tu citi, né le altre ex-giovanette del Partito democratico (?), certo non più inadeguate (d’altronde, come sarebbe possibile?) dei loro colleghi maschi, e tuttavia la loro triste sorte mi induce uno stato d’animo di grande sconforto, soprattutto perché pretendono di rappresentare “l’altra metà del cielo” senza essere in grado di rappresentare neppure se stesse. Almeno senza ricorrere ad un immaginario “diritto di natura”. Ed uno sconforto ancora maggiore mi induce il pensiero di quelle mie ex-compagne, per altri versi assai stimabili, che, persino in non più verde età, sono state folgorate sulla via del conformismo dalla visione di un onnivoro femminismo totalmente “sovrastrutturale” (tanto sovrastrutturale che non è più di moda neppure il sessantottesco riferimento alla proprietà dell’utero ed alla sua concreta “gestione” personale).
    Ciò non toglie, tuttavia, che, una parte degli uomini ovviamente (mi rifiuto categoricamente di usare l’avverbio “naturalmente”) si avvantaggi senza alcun ritegno anche della evanescenza di un tale femminismo, forte anche di una diffusa cultura dominante che affonda le sue radici in epoche ben più antiche della nostra celebrata “modernità”. Cultura che, in gran parte, sembra resistere ad ogni mutamento sociale, mai realmente debellata nonostante gli obiettivi egualitaristici della rivoluzione borghese (in realtà, della sua componente giacobina), prima, e di quella proletaria, poi, a dimostrazione che anche i più radicali capovolgimenti sociali costituiscono solo una condizione necessaria e non anche una condizione sufficiente per sua estirpazione. Tanto più che questa non è certo possibile solo attraverso leggi e decreti, insufficienti, come le cronache testimoniano, persino a porre fine ai continui episodi psico-patologici di violenza e di sopraffazione che dovrebbero essere oggetto della più severa sanzione giudiziaria, senza scusanti e senza indulgenze di sorta. D’altronde, la inadeguatezza degli interventi, purtroppo assai più sovente repressivi che preventivi, è in larga misura essa stessa parte del quadro culturale e morale che contraddistingue anche la nostra società. Ma, se de hoc satis, come direbbe dottamente taluno, dico subito che ancor più ribrezzo della teorizzazione della “eguaglianza ai vertici” (ed è assolutamente ridicolo che nel novero di questi vi siano addirittura le direzioni dei partiti), mi provoca ripugnanza la concezione dell’eguaglianza come una mera “categoria dello spirito”, frutto delle fantasie metafisiche di suffragette ormai fuori epoca. Tuttavia, pur se dubito che le “quotiste rosate” abbiano mai prestato reale attenzione, dato ma non concesso che ne abbiano notizia, alle conseguenze quotidiane delle differenze sociali, di classe e di ceto, che dividono anche le donne in sfruttate e sfruttatrici, oltre che, sempre più vergognosamente, in ricche e povere, non credo affatto che gran parte delle aziende sia particolarmente interessata ad un reale “riconoscimento sociale del merito”, come lo definiva Galvano della Volpe. E ciò. nonostante il dichiarato efficientismo del sistema capitalistico (ti prego, caro Enzo, di non credere alle favole che vorrebbero scomparsi dalle aziende, in una con la classe operaia, anche il fordismo e il taylorismo, tema del quale varrebbe la pena di discutere assai più seriamente di quanto non si faccia anche da parte dei più compulsivi lettori di Antonio Gramsci). Per rendersene conto, sarebbe sufficiente assistere alla conduzione dei cosiddetti “colloqui di lavoro”, non a caso celebrati, in rappresentanza delle aziende, sempre più spesso da giovani donne “in carriera”, che non si peritano di fare apertamente domande del tipo: “lei è fidanzata o sposata?”, “ha bambini o intende averne?” e così via indagando. E quando le risposte sono positive (ma evidentemente negative per l’interrogante), il colloquio si conclude, indipendentemente dalla qualificazione professionale, dall’esperienza e dai titoli, accademici e non, della candidata, con un “le faremo sapere” di prammatica, pietra tombale di ogni prospettiva di lavoro. Ciò, ovviamente, non significa che attraverso le maglie strette del filtro non passino anche donne iper-qualificate secondo gli standard attuali (i miei amici della Facoltà d’ingegneria mi dicono che le ragazze ormai non sono solo più numerose dei loro colleghi maschi, ma sono anche più diligenti e mediamente più brave. Con una sola differenza: quando, durante un esame, non sanno rispondere ad una domanda, tacciono, “d’onestà vestute”, mentre i maschi si arrampicano sugli specchi con la massima sfrontatezza possibile). E se questo è vero per la Facoltà d’ingegneria, oso immaginare, quantomeno per il principio di ragion sufficiente, che sia vero anche per le altre facoltà. Ma, nonostante questo, i maschi occupati a livelli aziendali relativamente elevati sono assai più numerosi delle femmine.
    Tantomeno la diligenza e la bravura mancano alle donne che, pur non iper-qualificate, svolgono onestamente il proprio lavoro da operaie o da impiegate, ricevendo uno stipendio mediamente inferiore del 30% di quello dei loro colleghi maschi, pur a parità di compiti.
    Le ex-giovanette del Pd, come già le loro colleghe del Pds-Ds (e non solo loro) queste cose dovrebbero saperle, non riducendole (ma ormai anche questo sempre più raramente) a vuoto argomento di campagna elettorale, così come dovrebbero sapere che il comportamento delle dirigenti apicali in “quote rosa” delle aziende pubbliche o private non è, mediamente, meno odioso e vessatorio di quello esercitato dai dirigenti maschi. Soprattutto nei confronti delle altre donne (e lo affermo per lunga ed estesa esperienza professionale). La qual cosa mi fa dire, da vecchio comunista (ahimè anche vecchio), che l’eguaglianza tra uomini e donne si misura innanzitutto nei “piani bassi” delle fabbriche e degli uffici. Così come si misura attraverso il numero degli asili nido e delle scuole per l’infanzia, nonché attraverso l’ampiezza e la qualità dei sevizi sociali destinati alle donne lavoratrici. Si misura anche contando le donne per le quali è economicamente più conveniente occuparsi della famiglia che lavorare, nonché considerando la fatica ed i sacrifici delle nonne (e, anche qui, assai meno dei nonni, a cominciare da me medesimo) che devono supplire alla mancanza di supporto sociale alle figlie e alle nuore che lavorano.
    Consentimi un’ultima considerazione ancor più fuori tema, che affido alla tua indulgenza: se è intollerabile (oltre che illegittimo) che si consenta ad una massa di medici senza scrupoli di sovrapporre alle giuste limitazioni di legge quelle dovute ad una pretesa, indecente “obiezione di coscienza”, lo è ancor più che la scelta di abortire possa essere dovuta alla impossibilità di garantire ad un figlio ciò di cui avrebbe bisogno ed a cui avrebbe comunque diritto (almeno a leggere la nostra Costituzione e fermo restando tuttavia che i figli, femmine o maschi che siano, non nascono affatto “liberi ed eguali”). Ma anche questo non riguarda egualmente tutte le donne, così come, del resto, non riguarda tutti gli uomini, con buona pace anche di Jean-Jacques Rousseau.

    Un abbraccio fraterno.

    Francesco M. Granone

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