70 anni senza Benedetto Croce

di riccardo mastrorillo

Il mio personale approccio al liberalismo da ragazzo iniziò con la lettura di Croce. Attratto dalla sua prosa, tanto affascinante, quanto complessi erano i concetti che vi si esprimevano, mi colpivano del personaggio tre cose: l’essere rimasto sotto le macerie durante il terremoto, essere coltissimo pur non essendo laureato, essere anagraficamente anziano, ma intellettualmente e concettualmente più moderno dei pensatori che ancora oggi devono nascere. Nonostante il suggerimento, da parte di liberali più “strutturati” che mi dicevano: «leggi meno Croce e più Einaudi», nel corso degli anni nei momenti del dubbio o dello sconforto, sono sempre tornato sulle pagine ingiallite delle vecchie edizioni dalla copertina color arancione degli scritti di Croce, e, sempre ne ho trovato giovamento.

Devo ringraziare in particolare il compianto Ernesto Paolozzi, che affettuosamente definivamo “l’ultimo dei Crociani”, se da adulto sono riuscito a cogliere il senso profondo di alcuni complicati ragionamenti. Certo persistevano negli scritti di Croce alcune contraddizioni apparentemente incomprensibili, che però avevano sempre una spiegazione nella contestualizzazione storica delle loro enunciazioni. Compresi, grazie a Croce, che il liberalismo fosse di “sinistra”, ho compreso in tarda età la profondità e anche la giustezza della definizione che Croce dava al liberalismo politico, quale “pre-partito”.

Sarebbero tante le cose da dire sul valore inestimabile del pensiero Crociano, ma Croce si interpreta da solo, e mi piace ricordarlo, in quest’epoca in cui l’ideologia “mercatista” ha soppiantato in Italia, il concetto di liberalismo ed anche di liberismo, con questo scritto pubblicato nel «Risorgimento liberale» di Roma del 23 febbraio 1945

LIBERTÀ E FORZA

 È stato riproposto dall’Einaudi, – ed è gran bene averlo riproposto, – il problema di quel che un regime liberale debba o possa fare di fronte alle minacce di partiti che, essenzialmente e intrinsecamente antiliberali, si argomentano di valersi delle forme stesse costituzionali e liberali per giungere a sbarazzarsi, liberalmente, della libertà. Questo disegno e proposito affiorò già nel Marx, che, in un tratto della sua vita, pensò a un’attiva cooperazione dei comunisti coi partiti liberali e democratici, nella lotta contro i vecchi asso­lutismi e nel promuovere istituzioni parlamentari, calcolando che verrebbe il giorno in cui, ope libertatis, la borghesia, cioè il liberalismo, sarebbe legalmente liquidato da una maggioranza schiacciante nei parlamenti, sicché non le sarebbe rimasta aperta altra via che di tentare essa la reazione e di ricorrere alla forza, mettendosi così dalla parte dell’illegalità, della violenza e del torto.

Groviglio, tutto questo, di sofismi che confondono e turbano le menti pur senza persuaderle, e che certo non è facile dipanare.

Ma si riesce a dipanarlo, se si ferma forte l’attenzione su una verità fondamentale, che si è procurato di formulare nettamente e di accuratamente ragionare, mettendo in ciò una insistenza che non è stata senza frutto; ossia che il metodo della libertà non è un metodo empirico tra gli altri metodi empirici, ma è un metodo assoluto perché dell’assoluta coscienza morale, con la quale il concetto della libertà pienamente, senza alcun residuo, coincide, ossia ne è un sinonimo. Cosicché pensare che quel metodo possa condurre alla soppressione della libertà tanto varrebbe quanto pensare che la moralità possa decretare un bel giorno di sopprimere la moralità e farsi suicida: a quel modo che nelle vecchie dispute teologiche si soleva domandare se Dio, nella sua infinita potenza, sia legato alla legge morale con limitazione della sua potenza o, nel suo sommo arbitrio, possa cangiarla almeno sospenderne l’applicazione. Su questo argomento, «la derogabilità del diritto naturale nella Scolastica», compose or sono quarant’anni un dotto volume un molto studioso mio amico perugino, il Bonucci, che con danno degli studi italiani morì ancor giovane. Ma la logica conclusione è che Dio non può cangiare la legge morale perché egli è quella legge stessa e non può negare sé stesso.

Senonché si dice il metodo liberale vuole la discussione e la persuasione, si vale di mezzi morali ed esclude l’uso della forza; e questa è la sua nobiltà e insieme la sua insanabile debolezza, che lo tiene disarmato all’assalto dei suoi poco scrupolosi o selvaggiamente irruenti nemici. Altro sofisma, che è nel tempo stesso una curiosa ingenuità. Dove mai l’uomo può far di meno della forza? Neppure nella poesia o nella scienza, perché egli difenderà sempre, con tutte le sue forze, la bellezza e le verità che mette al mondo, e che gli sono infinitamente care. Egli ha voce per parlare e gridare e raccogliere soccorsi e minacciare e intimidire, e altri moti corporei può fare, e non se ne sta, e tutto sé stesso pone a servigio del suo ideale. Lo stesso Rousseau, in un detto famoso, ammonì che bisognava «costringere gli uomini ad esser liberi», gli uomini quando non intendono e rigettano il loro bene supremo. La differenza tra l’uomo morale e quello non morale, cioè meramente utilitario, non è già che questi adoperi la forza ed esso no, ma che l’uno l’adopera a suo utile privato e l’altro a servigio del bene. Perfino i santi hanno guidato politica e guerra e maneggiato forza. Colpa dei regimi liberali che si sono lasciati sopraffare non è di essere stati poco liberali, ma di essere stati imbelli, per incuranza, per imprevidenza, per momentaneo smarrimento; e di non avere accettato e intrapreso la lotta, di non avere opposto armi alle armi, asserendo la forza dello stato, non spaurendosi e smarrendo il cervello nemmeno all’idea, orrenda che sia, di una eventuale guerra civile, che anch’essa, in certi casi estremi, è stata, nei popoli, inevitabile e doverosa, ma che di solito è adoperata come semplice spauracchio, perché da tutte le parti (e da noi italiani in ispecie) se ne rifugge naturalmente. Gli stati (dicevano Cosimo il vecchio e gli altri nostri antenati del Rinascimento) non si governano coi paternostri. In siffatto modo di lotta accade anche di perder una o più battaglie, ma non si perde la guerra, che risorge sempre fino al riaffermarsi della libertà. E veramente deboli sarebbero da dire non i propugnatori della libertà, ma quegli uomini e quei partiti che le si pongono contro, le cui fortune sono precarie e che vedono sempre di fronte a sé l’ombra della morte loro nell’immancabile riscuotersi della libertà. Per questa ragione, chi è sollecito del bene comune della civiltà, raccomanda ai partiti tutti di sostenere i loro concetti politici, economici e sociali, quali che essi siano, per radicali che essi siano, ma di farsi anzitutto di mente e di animo liberali per assicurare la solidità dei loro possibili acquisti e conquiste. Di questo processo nessun popolo ha dato così insigni esempi come il popolo inglese. Giustamente il De Ruggiero (nella «Nuova Europa» dell’ll febbraio) ha osservato all’Einaudi che «l’esigenza della libertà non si esaurisce nel diritto del singolo gruppo di affermar sé stesso a spese degli altri, ma si manifesta eminentemente nel diritto dell’intera comunità che siano rispettate le regole del gioco nella competizione dei vari gruppi. E questo diritto più alto e più conforme alla vera essenza della libertà deve prevalere sul più basso e più spurio del singolo gruppo liberticida». Ma io mi sono domandato da quale motivo sia derivata in animi elevati e di nobili spiriti liberali l’opposta soluzione, che bisogni rassegnarsi, per fedeltà al principio della libertà, al caso doloroso che gli uomini vogliano, in certi momenti e periodi storici, decadere dalla loro umana dignità e farsi servi. E mi pare di avere ritrovato di ciò il motivo, o, se si vuole, la inconsapevole suggestione, che è per l’appunto nella ormai antiquata identificazione del liberalismo etico e politico col liberismo puramente economico: errore che, nonostante il molto lavoro mentale speso da tempo in qua a schiarirlo e confutarlo, ancora s’infiltra nell’altro e lo contamina. In effetto, diversamente che nella morale la cui legge, come si è detto, è assoluta, il liberismo economico procede solo per massime empiriche, essendo esso nient’altro che uno dei modi della vita economica, del quale certamente non si può mai far di meno ma che non esclude l’altro e opposto modo dello statalismo, col quale variamente, secondo tempi e circostanze, si compone e transige, come la realtà e la storia comprovano. Ora, quando alle massime empiriche del liberismo si dà una portata eccedente e si tende a trattarle come assolute, è naturale che, non potendosi chiudere gli occhi agl’inconvenienti che ne possono nascere e ne nascono, si dica: «Bisogna rassegnarsi, non perché gli inconvenienti non siano inconvenienti e da lamentare ma perché l’abbandono della regola liberistica ne produrrebbe dei peggiori». Su questo punto si è aggirata la mia disputa con gli amici liberisti, della cui scienza e capacità economica fo alta stima, e che in innumeri questioni particolari riverisco miei maestri, sapendo che in questa parte essi sanno assai più di me: si è aggirata, dico, sul punto fondamentale dell’istanza superiore che il principio liberale, in quanto morale, rappresenta sul liberistico ed economico in genere, e sul primato che esercita e deve esercitare sempre. Esercitarlo fino al segno di non dimenticare e di rammentare il vero odioso (o «invidioso», come lo chiamerebbe Dante) che la vita è sempre lotta e forza integrale, cioè di spirito e di corpo insieme, di mente e di braccio. La libertà che, presso i retori dei tempi placidi, diventa facilmente parolaia, nel corso della storia ha scoperto, ogni volta che la necessità così ha voluto, un austero volto guerriero, ed ha accettato le battaglie, fidando, per la sua giusta causa, nella Provvidenza.

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