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Franco Cordero  sul ‘processo breve’ (di B.)

«Imporre tempi massimi; due anni nel primo grado, escluse le indagini preliminari; altrettanti in appello; idem davanti alla Cassazione, e il processo svanisce appena superi una delle tre soglie. Alta stregoneria. Che io sappia, e credo d’ intendermi delle fisio-patologie giudiziarie, non era mai avvenuto; infatti, mancano le parole tecniche con cui dirlo: chiamiamola sopravvenuta improcedibilità, non risultando una sentenza tempestiva; ad esempio, il termine scade dopo la condanna confermata in appello; accusa, prove, due condanne, sprofonda tutto nella curva dell’oblio, come i sogni dissipati dall’ alba.
Fenomeno inaudito (l’estinzione del processo civile non scalfisce diritti delle parti né toglie effetto alle sentenze), e ripugna al sistema: l’obbligo del pubblico ministero (art. 112 Cost.) implica azioni irretrattabili; le ruote del processo girano da sole fino alla decisione sul reato. Finché esista l’art. 112 Cost. i processi non svaniranno d’ incanto ai rintocchi della mezzanotte: quel pubblico ministero ha agito perché doveva; l’effetto è irreversibile; tribunale o corte competenti giudicheranno, assolvendo o condannando, salvo che un’amnistia o il tempo criminofago inghiottano l’ipotetico reato» 

A SCUOLA! A SCUOLA!

Marta Cartabia, ministra della giustizia in quota Comunione e liberazione, sta veramente esagerando. Proprio mentre a Palazzo Chigi il Presidente del consiglio stava incontrando Giuseppe Conte per un primo contatto ma soprattutto per sbrogliare il pasticcio della riforma della giustizia, la Ministra, con un gesto inusitato di maleducazione istituzionale nei riguardi di Draghi , faceva sapere che «la trattativa è chiusa». E perché? «La riforma è stata discussa e poi condivisa da tutto il Consiglio dei ministri che ha varato il provvedimento all’unanimità». Lo sappiamo che Cartabia è stata Presidente della Corte costituzionale solo “in quanto donna”, grazie allo strappo alla (infausta) prassi che come nuovo Presidente sia eletto sempre colui che ha il “merito” di “stappare” il posto prima di tutti gli altri; ma, dopo che sui giornali molti giuristi avevano criticato la sua Riforma facendo notare che il testo risentiva del fatto che la ministra non aveva mai messo piede in un tribunale, non era il caso che una ex presidente della Consulta mostrasse anche di aver poco compulsato proprio la Carta costituzionale, altrimenti si sarebbe accorta che il nostro sistema istituzionale prevede la presenza del Parlamento (si chiama potere “legislativo”, differente da quello “esecutivo”) che è deputato a discutere, modificare e approvare tutti i disegni e proposte di legge, persino quelle discusse all’”unanimità” dal consiglio dei ministri. D’altronde che la Ministra abbia poca dimestichezza con la Costituzione lo dimostra lo stesso testo della sua riforma che in più punti fa a pugni con la volontà dei costituenti. L’esempio più grave è la “dimenticanza” dell’articolo 112, che  è preciso e stabilisce l’obbligatorietà dell’azione penale. Su questo articolo si fonda l’autonomia della magistratura. Certamente non può essere stracciato da una legge ordinaria che dia al parlamento potere di indirizzo. Non osò arrivare a tanto neppure Berlusconi.  Ma alla prova d’esame la Ministra, sul “separatismo dei poteri” a noi così caro, si sta dimostrando proprio deboluccia.