cittadini per il no, per la democrazia e la separazione dei poteri

PERCHÉ VOTARE NO

Questo appello, redatto da Maurizio Fumo, Giuseppe Bozzi e la Fondazione Critica liberale per la costituzione di un comitato di cittadine e cittadini per il “NO” al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia.

Ti chiediamo, se lo condividi, di sottoscriverlo e diffonderlo mandando una mail a info@criticaliberale.it

Se sei disponibile ad impegnarti nella campagna referendaria, entrando a far parte del comitato, puoi scrivere una mail, con i tuoi recapiti a postmaster@cittadiniperilno.it

 L’APPELLO DEI CITTADINI IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA           E DELLA SEPARAZIONE DEI POTERI

Noi cittadini, a cui vantaggio e nel cui interesse le leggi dovrebbero essere pensate e scritte, non approviamo né il metodo, né il merito della riforma costituzionale varata di recente dalle Camere e pertanto voteremo convintamente NO al referendum confermativo che si terrà in primavera.

In base all’errato presupposto che chi ha vinto le elezioni può tutto, la riforma costituzionale è stata prepotentemente imposta dalla maggioranza e con un testo non condiviso da un più largo schieramento parlamentare. Essa apre pericolose brecce nella trama della nostra Carta fondamentale, innanzitutto minando il principio della separazione dei poteri, consentendo poi che si intervenga, con legge ordinaria, a colmare “i vuoti” che, ad arte, sono stati provocati. Ciò vale innanzitutto per quel che riguarda la formazione dei due Consigli Superiori della magistratura, ma soprattutto dell’Alta corte disciplinare. Infatti, i rappresentanti politici nei due CSM e nell’Alta corte saranno sorteggiati in una rosa di candidati preselezionata secondo criteri da stabilirsi con legge ordinaria, dunque secondo i desiderata delle maggioranze politiche che, di volta in volta, si verranno a determinare. Non è certamente arbitrario ipotizzare che “la rosa” sarà formata da soggetti tutti espressione dello schieramento al potere (o comunque certo ad esso non ostili), di modo che, all’interno dei due Organi, vi sarà una pattuglia compatta di soggetti esecutori delle direttive delle rispettive segreterie partitiche e caratterizzati da un plumbeo, omogeneo orientamento in relazione tanto alla politica giudiziaria, quanto al controllo disciplinare e amministrativo della magistratura.

Se dunque lo scopo dichiarato era quello di spoliticizzare il CSM, l’effetto sarà esattamente l’opposto: il peso dei rappresentati politici sarà di gran lunga maggiore e certo più incisivo; e se altro proposito enunciato era quello di scardinare una giustizia disciplinare domestica – cioè di autogoverno anche nelle funzioni disciplinari – che si ritiene troppo indulgente, l’effetto sarà quello di costituire un organo che eserciterà un improprio controllo della politica sull’operato di quei magistrati ritenuti scomodi e dunque da intimorire con la minaccia di azioni disciplinari “su misura”. L’uso politico della giustizia sarà dunque molto più agevole e quasi istituzionalizzato.

Giudizio altrettanto negativo deve esprimersi sulla separazione delle carriere, riforma inutile e pleonastica, se lo scopo fosse effettivamente quello dichiarato, atteso che la separazione delle funzioni, già determinato dalla legge Cartabia, è così rigida da aver praticamente azzerato la osmosi tra magistratura giudicante e requirente. Oltretutto un CSM di soli Pubblici Ministeri assumerà un potere autoreferenziale di guida e condizionamento ben maggiore dell’attuale. Poiché dunque riesce difficile credere – pur avendo imparato a conoscere le ubbie dell’attuale ministro di Giustizia – che si tratti di una riforma puramente di facciata, è legittimo ipotizzare che la finalità sia altra. Infatti, anche senza manomettere ulteriormente la Costituzione, si può (ancora una volta con legge ordinaria operante nei varchi aperti dalla “riforma”) legare il Pubblico ministero all’Esecutivo e, per esso, al ministro di Giustizia.

Se il PM, invece che esserne guida, diviene la proiezione processuale della Polizia, smetterà di essere il primo controllore dell’operato di quest’ultima, svestirà l’abito di parte imparziale che pur gli assegna il codice, avrà difficoltà a chiedere l’assoluzione dell’imputato pur in presenza di contesti dibattimentali che ciò suggerirebbero.

Limitando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, gerarchizzando gli uffici di Procura, magari creando un Procuratore nazionale sull’esempio del già esistente Procuratore antimafia, ma con ben più penetranti poteri (anche di avocazione), sarà agevole per una maggioranza parlamentare – quale che sia! – esercitare, con una semplice legge ordinaria,  il controllo, nemmeno tanto indiretto, sulla promozione dell’azione penale, che già alcuni auspicano sia discrezionale e non più obbligatoria. E allora il giudice potrà anche conservare la sua solipsistica indipendenza, ma giudicherà solo quei fatti e quelle persone che un PM sapientemente teleguidato gli sottoporrà.

Sembra superfluo sottolineare (anche perché è già stato fatto da più parti) che le nuove norme non velocizzeranno gli interminabili iter processuali, non limiteranno gli errori giudiziari, non tuteleranno maggiormente le persone offese dai reati, né daranno maggiori spazi alle strategie difensive. Viceversa, l’effettiva divisione dei poteri verrà a essere significativamente insidiata, se non compromessa perché si consentirà al potere esecutivo di esercitare controllo di fatto sul giudiziario.

E la democrazia liberale, senza la separazione dei poteri, non è più democrazia, ma trasforma il governante in autocrate.

Se dunque ci chiediamo a chi serve la così detta riforma della Giustizia, la risposta non può che essere: essa serve a chi la ha proposta e realizzata, non certo a noi cittadini che non vogliamo acriticamente difendere la Magistratura, ma vogliamo una Magistratura in grado di difenderci. Anche dai soprusi e dalle prevaricazioni di chi, avendo ottenuto il consenso elettorale, pensa di non dover sottostare ad alcun controllo e di non dover riconoscere alcun limite al suo potere.  

  Giuseppe Bozzi, Maurizio Fumo, Critica liberale

Alberto Alessandri

Paolo Bagnoli

Roberto Badulato

Roberto Bianchini

Calogero Calandra

Antonio Caputo

Francesco Caruso

Maria Luisa Cascella

Aldo Cavallo

Paolo Chiariello

Alberto Colaiacomo

Comitato Piero Gobetti di Napoli

Giuseppe Corasaniti

Paolo Fai

Giuseppe Ferzoco

Antonello M. Fileccia

Duilio M. Fileccia

Guido M. Fileccia

Fulvio Gianaria

Enno Ghiandelli

Nicola Guarino

 

Salvatore Infantino

Sergio Lariccia

Donato Lettieri

Guido Lucchini

Massimiliano Macale

Alberto Marolda

Enzo Marzo

Riccardo Mastrorillo

Fausto Montana

Lalage Mormile

Milena Mosci

Maria Cristina Naso

Giancarlo Nobile

Partito d’Azione

Gianfranco Pasquino

Guido Pazzi

Luigi Pepe,

Angelo Perrone

Gianluigi Placella 

Valerio Pocar

Anna Puglisi

 

Giulia Puglisi

Irene Puglisi

Luca Puglisi

Marta Puglisi

Paola Puglisi

Elio Rindone

Salvatore Rondello

Giselda Salvati

Silvia Sansonetti

Antonio Alberto Semi

Mario Serio

Luigi Tardella

Attilio Tempestini

Massimo Terrile

Roberto Toniatti

Rosalia Vaccaro

Pasquale Verginelli

Patrizia Viviani 

 

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