L’inganno della riforma “liberale”: quando la legge diventa un accessorio del potere

di angelo perrone

La riforma costituzionale punta a scardinare l’unità della giurisdizione. Recidere la cultura comune tra Pubblico Ministero e Giudice significa spezzare quel vincolo di osservanza della Legge che li rende entrambi servitori della verità e non del risultato. Quando il controllo di legalità perde la sua compattezza istituzionale, la magistratura smette di essere un contrappeso unitario all’arbitrio e il cittadino resta solo di fronte al potere. È in questo tradimento del principio di separazione dei poteri che risiede la natura profondamente illiberale della riforma.

L’etichetta “liberale” è oggi spesa con eccessiva disinvoltura per nobilitare riforme che, nei fatti, sembrano ignorare i fondamentali dello Stato di diritto. Si parla di “svolta epocale”, ma si rischia di confondere il garantismo (la tutela dell’imputato) con il libertarismo (l’intolleranza verso ogni limite legale). Un’autentica riforma liberale non può prescindere da un dato: il cuore del liberalismo è la separazione dei poteri. Se la riforma indebolisce l’autonomia di chi deve controllare chi comanda, non è un’evoluzione democratica, ma un’operazione che sposta l’asse della giustizia a favore di chi governa.

Libertà “da” o Libertà “di”? La distinzione che ci salva

Occorre distinguere tra due diversi concetti di libertà. Esiste una visione “negativa” che intende la libertà come assenza di limiti: l’idea che ogni regola sia un’intollerabile restrizione al proprio agire. È la concezione che porta a percepire le istituzioni e la magistratura indipendente come ostacoli, anziché come presidi. Al contrario, il liberalismo classico ci insegna che la vera libertà esige tutele istituzionali. Come ricordava Isaiah Berlin, la magistratura non è un limite alla libertà del cittadino, ma il suo custode finale: senza un giudice terzo e indipendente, la tua libertà finisce dove inizia l’arbitrio del potente di turno.

Il meccanismo del “ricatto silenzioso”: come nasce il PM timido

Molti si chiedono: “Cosa cambia per me se il PM ha una carriera separata dal Giudice?”. La risposta risiede nel coraggio dell’indagine. Se il Pubblico Ministero viene isolato e la sua carriera affidata a un organismo più esposto alle sensibilità della politica, scatta un meccanismo di condizionamento indiretto. Un inquirente che indaga sui “poteri forti” saprà che la sua progressione professionale dipenderà da un sistema potenzialmente sensibile al governo del momento. Il rischio è una magistratura che, per spirito di conservazione, diventi “timida” verso i colletti bianchi, concentrandosi solo sui reati minori e lasciando scoperti i grandi centri di potere.

Il costo dell’impunità: perché la riforma incide sulla tua vita

L’indipendenza della magistratura non è un privilegio di casta, ma un’assicurazione sociale. Quando il controllo di legalità viene depotenziato, il costo del malaffare si sposta direttamente sulle spalle della collettività, traducendosi in danni tangibili per ogni cittadino:

• Il salasso fiscale: Ogni euro sottratto dalla grande evasione o dalle frodi sugli appalti è ossigeno tolto alla spesa pubblica. Se il recupero di queste somme rallenta a causa di una magistratura meno incisiva, lo Stato dovrà tappare i buchi aumentando la pressione fiscale sui cittadini onesti o tagliando i servizi.

• La tutela della salute: In un sistema sanitario provato da carenze strutturali di personale, la corruzione e gli sprechi drenano le scarse risorse disponibili. Un PM indipendente garantisce che il denaro pubblico arrivi alle cure e ai macchinari, impedendo che l’illegalità aggravi ulteriormente una situazione già critica per i pazienti.

• L’uguaglianza violata: Senza un controllo terzo, la legge rischia di diventare “diseguale”: indulgente con chi ha i mezzi per influenzare il sistema e rigorosa solo con il cittadino comune. L’indipendenza giudiziaria è l’unico strumento che impedisce al diritto di trasformarsi in un accessorio della forza politica o economica.

Opporsi è un atto di coerenza liberale

John Locke sosteneva il principio per cui “Dove non c’è legge, non c’è libertà“. Piero Calamandrei sottolineava che “Dove non c’è libertà, non può esservi legalità“. Affinché una riforma sia autenticamente liberale, deve rafforzare l’autonomia di chi giudica, non ridurla attraverso il sorteggio o il condizionamento delle carriere. Se il rischio è di subordinare l’ordine giudiziario all’esecutivo, siamo di fronte a una riforma che sovverte i principi dello Stato di diritto. Difendere l’indipendenza dei magistrati non è una battaglia corporativa, ma un atto di coerenza per proteggere la libertà individuale di tutti noi.

Postilla
Per approfondire il dibattito sulla riforma e sulla tutela dello Stato di diritto, leggi anche su Critica Liberale:
Illazioni contro i giudici: il pretesto per riforme decisive – Un’analisi su come la delegittimazione della magistratura prepari la strada a cambiamenti costituzionali radicali.
Arredare il disastro: la Giustizia nel paese del pavimento storto – Sulla necessità di riforme che curino l’efficienza del sistema invece di alterarne l’equilibrio democratico.

 

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