100 anni dalla morte di Piero Gobetti

di riccardo mastrorillo

Nella notte tra il 15 e il 16 febbraio di 100 anni fa moriva a Parigi, a soli 25 anni Piero Gobetti.

La morte sopraggiungeva a causa dei postumi di duri pestaggio perpetrati dalle squadracce fasciste, su ordine diretto del dittatore Mussolini.

Nonostante la sua giovane età nella sua breve esistenza Gobetti sarà il punto di riferimento culturale di un liberalismo intransigente e di un antifascismo senza sosta, oltre che fondatore di riviste seguitissime ed editore. Transitarono nelle sue imprese editoriali le figure maggiori della cultura dell’epoca e soprattutto le pochissime figure di riferimento dell’antifascismo: Salvemini, Croce, Einaudi.

Incompreso, in un primo tempo dalla sinistra marxista, Togliatti lo definì “un idealista astratto”, sarà un osservatore attento dell’applicazione pratica della dottrina marxista, ma soprattutto un cultore del conflitto come sale della democrazia. La sua attenzione era riferita ai nascenti partiti di massa e, soprattutto, alle opportunità derivanti dalla coscienza di classe degli operai e dei braccianti. In questo troverà una florida e costruttiva collaborazione con Antonio Gramsci.

Teorico coerente di quel liberalismo classico che in Italia non è mai riuscito a trovare una interpretazione efficace. Critica liberale ha la presunzione di rappresentare oggi quella tradizione gobettiana e non poteva, i questa ricorrenza far mancare il suo deferente omaggio a Piero Gobetti. Per la sua determinazione, il suo coraggio e la sua coerenza, nonostante la giovane età e il periodo cupo in cui è troppo brevemente vissuto.

Non avrebbe certo apprezzato il fatto che oggi sia diventato un’icona di una certa visione culturale e non saremmo certo noi ad indugiare in atteggiamenti da culto della personalità.

La sua rivista più conosciuta, anche perché attiva e combattiva nei primi anni del regime fascista è indubbiamente Rivoluzione liberale. Gobetti aveva analizzato nei suoi scritti, con una precisione ed un’acutezza storica sorprendente, tutti i limiti e le contraddizioni della politica italiana: dall’assenza di una vera destra conservatrice, all’inadeguatezza della borghesia italiana e aveva saputo cogliere ciò che era mancato nella costruzione dell’Unità italiana. Teorizzava appunto la necessità di una rivoluzione liberale e tanto ci siamo indignati, quando quel termine fu letteralmente rubato da Silvio Berlusconi, che tutto era, fuorché liberale.

Il concetto di liberalismo accreditato nel nostro paese è appunto l’antitesi della visione gobettiana e si è consolidato grazie all’inconscia alleanza tra una destra reazionaria, bigotta e parassita e una sinistra incolta e fideistica che non hanno mai saputo valorizzare il portato rivoluzionario della cultura liberale classica.

Non sono mancati, negli anni, i tentativi di appropriarsi, anche da parte del PCI, della figura di Gobetti. Per noi resta un esempio e, con le sue parole, in questi tempi bui, in cui sembrano riaffacciarsi tra i protagonisti della storia quell’internazionale nera, che sembrava sconfitta, vogliamo ribadire che «Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza di più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano».

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