A dieci anni dalla morte, il pensiero di Zanone rimane un antidoto al veleno del finto liberalismo

di andrea bitetto

Dieci anni fa ci lasciava Valerio Zanone, liberale da una vita e per l’intera sua vita. Uomo di cultura, di profonda cultura. Valerio era, al fondo, un uomo di cultura mutuato alla politica. E la cultura, per quanto possano interessare le note biografiche di chi oggi vuol ricordare un proprio maggiore, era il terreno sul quale ci eravamo incontrati. Per poi non lasciarci fino all’ultimo momento.

E la cultura di Valerio era la sua cifra, il suo tratto distintivo. Era in questo privo di quel preteso e supposto talento politico che vorrebbe riconoscere l’abilità nel riuscire come propagandisti. Valerio non era un propagandista: i suoi interventi erano la condivisione di una sua riflessione, sempre ponderata e filtrata dalla sua essenza di liberale compiuto, maturo, storicamente consapevole del ruolo, ma anche dei limiti, del liberalismo. Chi lo ascoltava poteva esser persuaso dai suoi argomenti o rifiutarli. Ma avrebbe anche potuto avere l’ambizione di arricchire le idee che Valerio aveva appena espresse, perché in Zanone la civiltà del dialogo era parte essenziale del suo tratto umano.

Questa superiore forma di civiltà era rappresentata dal suo mai trattare l’altro, il suo interlocutore, in modo paternalistico o di pretesa superiorità: trattava chi si rivolgeva a lui riconoscendo piena dignità alle idee anche diverse dalle proprie. La pratica del liberalismo, che non è una chiesa, nonostante l’odierno prevalere dell’ideologismo anche da parte sedicente liberale, aveva sicuramente abituato Valerio a questa profonda forma di tolleranza.

Ma, come si è detto, quella tolleranza, quella civiltà del dialogo, erano non solo tenute assieme dalla cultura, ma prima ancora ne erano figlie.

Vengono in mente le parole drammatica del Monito all’Europa di Thomas Mann “Cultura! Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia. Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana, il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza […]”.

Questo era il significato che la cultura aveva per Valerio. In perfetto, evidente e plastico contrasto con le idee correnti: una cosa era il suo riconoscimento del ruolo di una borghesia consapevole della natura precaria della libertà, per dirla con Joachim Fest, e dunque inteso in senso morale e culturale, prima che sociale e economico; tutt’altra cosa è il rilievo modestamente statistico, erariale, che oggi viene assegnato nemmeno più alla borghesia, categoria gettata nel pattume come una anticaglia, ma al famigerato ceto medio, il cui destino sarebbe declinante per colpa (solo) di mezzo punto o qualche decimale di aliquota fiscale in più o in meno. Nulla di più lontano dall’idea liberale di Zanone.

Ad una cultura che oggi è soppiantata dalle magnifiche sorti e progressive dei fanatici dell’intelligenza artificiale, felici di poter viaggiare senza affaticarsi con “il peso che noi abbiano portato”, per dirla con Goethe, ignari del vuoto che la citazione spigolata non è in grado di riempire.

Valerio al liberalismo era giunto da ragazzo, leggendo e meditando le riflessioni di Benedetto Croce ne La storia come pensiero e come azione. Apprese così non solo il senso storico di cui tutta la riflessione filosofica di Croce era impregnata, ma come “…il correlativo dello storicismo, erede dell’illuminismo, era, nella vita attiva e pratica, l’indirizzo nuovo della libertà non più astratta ed atomica come nell’illuminismo, ma concreta e unificata con la vita sociale e storica”.

Contro, o anche solo al fianco di chi ritiene che il principio di libertà ed il suo strumento politico, ovvero il liberalismo, siano una misura fissa buona per ogni epoca o stagione, restava fermo l’insegnamento superiore della tradizione crociana per la quale alle domande mutevoli figlie di ogni stagione e di ogni epoca il liberalismo deve saper fornire risposte aggiornate, pena il risolversi in un nuovo ideologismo. Ed il liberalismo se vi è un lusso che non si può permettere è quello di inaridirsi in ideologismo.

Ed anche qui non fu un caso se Valerio condivideva con i suoi maggiori Croce ed Einaudi il giudizio storico sul socialismo riformista, sull’einaudiano “socialismo sentimento” che fece rialzare le teste agli operai. L’ideologismo imperante impedisce di comprendere e decifrare i fenomeni storici: si edificano fantocci e si colpiscono fantocci.

Quanto volte, oggi, leggendo le posture di sedicenti liberali si sentirebbe il bisogno del richiamo di quegli insegnamenti. Viviamo un’epoca in cui l’inflazione, domata o sotto controllo in campo monetario, si è presa la propria rivincita nel mercato delle idee: alla iperbolica espansione dell’uso del lemma liberale ha fatto il paio lo svilimento del suo significato, oramai impalpabile.

Dal magistero crociano Valerio passò agli studi universitari dove incontrò altri due sommi Maestri: Nicola Abbagnano e Luigi Pareyson. Dal primo aveva appreso il fondamentale insegnamento, ancor più attuale oggi, che ci mette(va) in guardia dalla “pericolosa illusione di potersi affidare ad un sistema che tolga la fatica ed il rischio della libertà”.

Dal secondo, in perfetta sintonia con la lezione di Abbagnano, aveva imparato a far i conti con la tragica natura della libertà, consapevole del destino della condizione umana in cui l’individuo che voglia consapevolmente esser libero deve porsi “in condizione di poter condannare la ribellione solo in quanto non la impedisce, giacché essa è l’unico sfondo su cui possa prendere risalto e valore l’obbedienza. Nessuno vorrà seriamente negare che è meglio il male libero che il bene imposto: il bene imposto reca in sé la propria negazione, perché vero bene è solo quello che si fa liberamente, potendo fare il male; mentre il male libero ha in sé il proprio correttivo, ch’è la libertà stessa, dalla quale potrà un giorno scaturire il bene libero”.

Oggi viviamo tempi in cui facilmente si baratterebbe qualche scampolo di libertà per una sicurezza da caserma, per un ordine fisso, immutabile, per un sistema di valori che viene accettato acriticamente perché proveniente dalla tradizione. Nulla di più lontano dalla cultura e dalla sensibilità autenticamente liberali. Nulla di più lontano da quella religione delle libertà crociana, e dalla lotta contro il mito ed a favore della libertà figlia del processo di secolarizzazione. Nulla avrebbe fatto amaramente sorridere Valerio del sentir citare Croce a sproposito soprattutto invocando il “Non possiamo non dirci cristiani”, il più delle volte brandito o da chi non lo ha letto o da chi dimostra solo la propria incapacità di comprensione.

Di quella cultura liberale, infatti, era parte integrante il laicismo, orgogliosamente rivendicato da Valerio come frutto dell’umanesimo liberale di cui era parte e di cui si sentiva in piena continuità ideale e valoriale. Ed anche questo lemma, oggi, vien tristemente ridotto a fantoccio, prendendo a prestito le critiche strumentali ed illiberali delle parti più retrive del cattolicesimo, sino alla rispolverata pulsione reazionaria delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Nulla di più lontano da quel sentimento liberale, laico, moderno e civile di cui Valerio era testimone e sostenitore.

Da chi ha avuto il privilegio intellettuale e prima ancora che umano di conoscerlo e di essergli vicino, sia consentito di dire di Valerio quel che disse Amleto: “Egli era un uomo, preso tutto insieme, ch’io non vedrò il suo simile un’altra volta”.

A dieci anni dalla sua scomparsa, grazie per ogni insegnamento, per ogni rimprovero, per ogni parola, anche di conforto, che hai saputo distillare.

[da Strade – 07 Gennaio 2026]

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