MELONI E IL MANIFESTO DI VENTOTENE

di antonella braga

Dichiarazione della Fondazione “Ernesto Rossi – Gaetano Salvemini” di Firenze dopo le affermazioni della Presidente del Consiglio sul Manifesto di Ventotene

In riferimento alle affermazioni odierne della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sul Manifesto di Ventotene, la Fondazione “Ernesto Rossi – Gaetano Salvemini” di Firenze contesta l’uso politico della storia e la lettura strumentale del documento, operata a esclusivi fini ideologici, estrapolando e decontestualizzando alcuni passi del testo per distorcerne il significato in senso denigratorio.
Così facendo si offende la memoria di uomini che furono condannati a lunghi anni di carcere e di confino da parte del regime fascista per la loro strenua difesa dei valori di libertà e giustizia. Non è questa la prima volta in cui il Manifesto federalista è stato preso come bersaglio polemico dai nemici del processo di unità federale dell’Europa, ma è la più grave per la carica istituzionale
rivestita da Giorgia Meloni, per la sede ufficiale in cui ha espresso le sue valutazioni e per la grave situazione internazionale che richiederebbe invece investimenti morali e politici sull’Europa in una
prospettiva di integrazione dei popoli e di pace. C’è dunque la necessità di fare ancora una volta chiarezza.


Scritto negli anni più bui della guerra, tra il 1940 e il 1941, nell’isola tirrenica di Ventotene, dove il regime di Mussolini aveva confinato le menti più brillanti dell’antifascismo, il Manifesto di Ventotene oppone all’Europa immaginata dai nazifascisti un’altra Europa, capace di salvare i valori fondanti della civiltà moderna e libera da totalitarismi, nazionalismi e nuove guerre intestine.
La brevità del documento, dovuta alla forma del “manifesto-appello”, non deve trarre in inganno. Per quanto breve, si tratta di un testo denso, che sintetizza tutta una stagione di studi e che non nasce
da un’illuminazione improvvisa nella mente di un singolo autore. È invece l’esito di un incontro tra tre personalità provenienti da differenti matrici culturali e politiche che ben rappresentano la
complessità dell’opposizione antifascista: l’ex-comunista Altiero Spinelli (1907-1986) e il liberalradicale Ernesto Rossi (1897-1967), che ne furono gli estensori materiali, e il socialista Eugenio Colorni (1909-1944), ucciso a Roma durante la Resistenza, il quale contribuì alla sua genesi e ne fu il primo editore e curatore. Attraverso un serrato dibattito, i loro punti di vista si incrociarono, si contaminarono, mettendo in comune gli studi, le esperienze e i percorsi di formazione che per diversi sentieri, e attraverso la dolorosa esperienza del carcere, li avevano portato sin lì, su quello scoglio battuto dalle onde che è Ventotene.
Oggi, a più di ottant’anni dalla sua redazione, in un contesto segnato da rigurgiti di nazionalismo, da pulsioni autoritarie, dall’affermarsi di partiti neofascisti e neonazisti, nonché dal ritorno della guerra in Europa, questo testo, nato in quel carcere a cielo aperto in cui il regime fascista rinchiudeva gli oppositori, è stato vilipeso nell’Aula dei deputati dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni,
ossia da una delle massime cariche delle istituzioni della Repubblica, ma appartenente a un partito che, nel simbolo, si richiama ancora all’eredità politica di quel passato regime. Siamo dunque
all’assurdo: gli eredi politici di quei carcerieri che accusano di antidemocraticità coloro che allora subivano l’oppressione del regime fascista.
Respingiamo punto su punto l’interpretazione che Giorgia Meloni ha dato del significato storico e politico del Manifesto federalista. La federazione europea che il Manifesto di Ventotene prefigura è
democratica, solidale, fondata sui principi di libertà e giustizia, impegnata ad abolire le diseguaglianze e le sacche di miseria attraverso un vasto piano di riforme sociali, ispirato dalla visione
liberal-radicale di Ernesto Rossi. Militante di Giustizia e Libertà, allievo di Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi, amico fraterno di Carlo Rosselli, Rossi immaginava un’economia di mercato posta al
servizio dell’uomo, in cui la libera iniziativa non fosse spenta nella collettivizzazione generale ma regolamentata e indirizzata a fini di benessere collettivo. In tal senso, si devono intendere i passaggi
del testo che vengono strumentalmente interpretati per accusare il Manifesto di una deriva “stalinista”. A ben vedere, invece, le affermazioni del Manifesto sulla necessità di immaginare forme di proprietà pubblica e possibili limiti e correzioni alla proprietà privata “caso per caso”, “non dogmaticamente in linea di principio”, corrispondono nello spirito e, quasi nella lettera, all’art. 42 della Costituzione Repubblicana, nata dalla lotta antifascista e a cui la Presidente Giorgia Meloni ha prestato giuramento.
Anche le affermazioni in merito al partito rivoluzionario e gli elementi “giacobini” presenti nel testo devono essere adeguatamente inquadrati nel contesto bellico del tempo. Nel Manifesto federalista, non aleggia uno spirito antidemocratico – come ha lasciato intendere la Presidente Giorgia Meloni – ma una critica verso le democrazie imbelli degli anni Venti e Trenta che non seppero reagire e cedettero di fronte all’ascesa dei totalitarismi. Di fronte alla crisi delle democrazie e al successo della demagogia nazionalista, alle folle oceaniche osannanti il duce e al plebiscito della Saar a favore di Hitler, un certo pessimismo sull’autonomo sviluppo delle masse popolari era comprensibile ed è effettivamente presente nelle riflessioni di Rossi e Spinelli. Non c’era però in questa tragica constatazione, alcuna volontà di separatezza fra intellettuali e masse popolari: solo il riconoscimento di un diverso grado di consapevolezza, che poteva essere superato con il libero confronto di opinioni (impossibile durante il regime fascista) e attraverso un’opera di educazione civile e di attivazione della volontà popolare. Riconoscere questo non significava aderire a una logica “antidemocratica”, ma porsi il problema di attrezzare le forze democratiche a resistere anche nei momenti di “crisi
rivoluzionarie” e, nel contesto del tempo, ad affrontare la prossima crisi postbellica, sulle cui potenzialità rivoluzionarie i federalisti puntarono inizialmente per dar vita a un processo costituente
europeo. In tal senso vanno interpretati sia l’accento “giacobino” presente nel Manifesto federalista sia la frase sulla necessità di modellare la “lava fluida” della coscienza popolare, duramente provata dalla guerra, nella nuova forma europea, prima che fosse di nuovo rinchiusa nei vecchi stampi degli Stati nazionali.
Come si vede, ciò che la Presidente del Consiglio oggi ha fatto intendere come contenuto pericoloso, antidemocratico e illiberale del Manifesto federalista non regge a una lettura seria, onesta
e contestualizzata del testo.
Per questo, facendo propria la dichiarazione del Movimento europeo Italia, anche la Fondazione “Ernesto Rossi – Gaetano Salvemini” invita la società civile e le forze politiche democratiche a manifestare pacificamente, già martedì 25 marzo, anniversario della firma dei Trattati di Roma nel 1957, davanti ai luoghi in cui si ricorda la memoria degli autori del Manifesto di Ventotene: il Palazzo Altiero Spinelli del Parlamento europeo a Bruxelles; la lapide dedicata ad Altiero Spinelli alla Camera dei Deputati in Via Uffici del Vicario a Roma; la tomba di Altiero Spinelli sull’isola di Ventotene; il famedio giellista nel cimitero di Trespiano a Firenze, dove è sepolto Ernesto Rossi, insieme ai fratelli Carlo e Nello Rosselli e a Gaetano Salvemini, vicino al loculo in cui è tumulata anche Ada Rossi; la tomba del martire antifascista Eugenio Colorni al Cimitero monumentale Milano e quella di Ursula Hirschman nel cimitero acattolico di Roma.
Firenze, 19 marzo 2025

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