di angelo perrone
Esiste un’incoerenza di fondo, che attraversa il dibattito sulla riforma della Giustizia. È una sfasatura che emerge quando la drammaticità della cronaca impone alla politica di rassicurare l’opinione pubblica: in quegli istanti, paradossalmente, il potere esecutivo si fa scudo di quell’efficienza giudiziaria che, in sede legislativa, sembra voler invece depotenziare.
L’occasione per questa riflessione è offerta dalle recenti dichiarazioni di esponenti governativi in merito al tragico incendio avvenuto in Svizzera nella discoteca Le Constellation. Affermare con orgoglio nazionale che «in Italia i responsabili sarebbero già stati arrestati» (Guido Bertolaso, assessore Regione Lombardia, 3-4.1.26) rappresenta un elogio involontario, eppure solenne, all’attuale assetto della nostra magistratura.
Il metodo oltre il merito
È necessario sgombrare il campo da equivoci: l’analisi prescinde totalmente dal giudizio di merito sul caso specifico o sulla condivisibilità di eventuali misure cautelari. Il punto non è l’invocazione della sanzione, bensì l’osservazione del metodo. Se la politica vanta la “prontezza” del sistema italiano, sta implicitamente riconoscendo il valore di un sistema in cui il magistrato può agire tempestivamente perché risponde esclusivamente alla Legge, privo di condizionamenti esterni o necessità di “nulla osta” istituzionali.
La riforma come fattore di depotenziamento
Qui si innesta la contraddizione. La medesima compagine che tesse l’elogio di una magistratura efficace e risoluta, promuove simultaneamente un’architettura riformatrice volta a scardinarne i presupposti strutturali. Il rischio di una deriva verso il modello del “giudice-funzionario” è concreto e attuale.
Il disegno riformatore si articola su direttrici che minano la serenità dell’agire giudiziario:
- La separazione delle carriere: un intervento che isola il Pubblico Ministero, recidendone il cordone ombelicale con la cultura della giurisdizione e rendendolo, nel lungo periodo, più vulnerabile alle influenze dell’esecutivo.
- L’Alta Corte Disciplinare: l’istituzione di un organo di controllo esterno al CSM che rischia di introdurre un’insidiosa “prudenza difensiva”. Un magistrato che deve guardarsi dalle possibili ritorsioni disciplinari di un organo a nomina politica è, per definizione, un magistrato meno libero.
- La frammentazione dell’autogoverno: una riforma del CSM che, lungi dal risolvere le criticità interne, appare orientata a indebolire lo scudo che protegge l’autonomia del singolo magistrato.
Un’indipendenza non negoziabile
Non si può rivendicare una magistratura “coraggiosa” nei casi di cronaca e pretenderla “burocrate” o silente quando l’indagine tocca i centri di potere. L’efficacia dell’intervento giudiziario non è un interruttore che si accende a convenienza: è il frutto diretto e non mediabile dell’indipendenza.
In ultima analisi, limitare l’autonomia della Magistratura significa depauperare la tutela del cittadino. Se il magistrato perde il suo status di interprete libero per trasformarsi in un ingranaggio della macchina burocratico-statale, quella certezza del diritto di cui la politica oggi si vanta sarà la prima vittima di una riforma che confonde il controllo con l’efficienza.
✒️ Postilla
Per approfondire la riflessione sulle caratteristiche della riforma costituzionale e sulla fragilità delle garanzie liberali quando la politica pretende di farsi “legge a sé stessa”, leggi anche su Critica Liberale:
- L’inganno della riforma “liberale”: quando la legge diventa un accessorio del potere Un esame critico di come la retorica della semplificazione nasconda in realtà lo smantellamento dei presidi di legalità, trasformando il diritto da limite invalicabile a mero strumento nelle mani dell’Esecutivo.
- La capacità di “decidere bene”: il grande assente nella riforma della magistratura. Una riflessione sulla qualità della giurisdizione in conseguenza del progetto riformatore che ignora la tutela del cittadino per concentrarsi esclusivamente sul controllo e sulla sanzione del magistrato non allineato.