Mafiosi, a chi? Quando le parole diventano pietre

di angelo perrone

Esiste un limite che la politica non dovrebbe mai valicare, specialmente quando si parla di istituzioni: è il limite del linguaggio. Definire “para-mafioso” il sistema di autogoverno della magistratura, come fatto dal ministro Nordio (intervista a Il Mattino di Padova), non è solo una forzatura polemica, è un atto che ferisce la storia stessa del nostro Paese.

Perché queste parole non possono passare sotto silenzio:

  • L’insulto alla memoria: Accostare i magistrati alla criminalità organizzata significa calpestare il sacrificio di chi – da Falcone a Borsellino, da Livatino a Chinnici – ha dato la vita proprio per combattere quel sistema. Le parole hanno un peso, e usarle per “avvelenare i pozzi” della campagna elettorale è un’operazione pericolosa.
  • Dalla critica allo sfregio: Si può e si deve discutere del “correntismo” e delle riforme necessarie. Ma c’è una differenza abissale tra il criticare un sistema organizzativo e l’assimilarlo ai metodi delle mafie. Quando un ministro della Giustizia usa termini come “padrino” o “verminaio” per descrivere l’ordine che dovrebbe rappresentare, non sta riformando: sta delegittimando.
  • Un bersaglio sbagliato: La maggioranza dei magistrati lavora ogni giorno nel silenzio, spesso in uffici fatiscenti e con risorse minime. Trasformarli nel “nemico”, per sostenere il sorteggio, la scissione del Csm – organo di tutela dell’indipendenza della magistratura – la separazione delle carriere, non velocizzerà i processi, non garantirà i diritti dei cittadini, no proteggere le vittime da reato, ma aumenterà solo la sfiducia dei cittadini verso lo Stato.

La riforma della Giustizia merita un confronto alto, basato su numeri e soluzioni concrete, su idee che esprimano la visione del futuro per noi e i nostri figli, non su slogan che ricalcano il linguaggio della malavita per colpire chi la malavita la combatte.

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