Giustizia: tribunali al verde e controllori d’oro

di angelo perrone

Mentre il guardasigilli Nordio insiste sulla necessità di imbrigliare una magistratura descritta come “irresponsabile”, la realtà dei palazzi di giustizia restituisce l’immagine di un paradosso insostenibile. La manovra di bilancio si abbatte come una scure sui diritti essenziali, sottraendo ben 130 milioni di euro alla giustizia ordinaria. È un segnale politico preciso: si svuotano le casse del servizio pubblico destinato ai cittadini, proprio mentre si architetta un sistema di vigilanza dai costi faraonici. Il diritto alla tutela legale diventa così un bene di lusso, sacrificato sull’altare di una nuova burocrazia del controllo.

L’asfissia programmata del quotidiano

I 130 milioni sottratti non rappresentano solo un dato contabile, ma l’immagine di tribunali in perenne debito d’ossigeno. Significa rassegnarsi a uffici sguarniti, a cancellerie che chiudono per mancanza di personale e a una lentezza processuale che finisce per logorare chiunque chieda giustizia. Quando lo Stato decide di non investire nella macchina operativa, sta di fatto decidendo di negare il diritto. La scarsità di risorse, tuttavia, si rivela sospettosamente selettiva: il risparmio vale solo per chi deve ricevere una sentenza, non certo per chi è chiamato a sorvegliare chi le emette.

Il lusso del controllo: i costi della sorveglianza

Il contrasto diventa brutale se si analizza l’investimento destinato alla nuova architettura punitiva. Da un lato si negano le matite nei tribunali, dall’altro si prevede una costosa duplicazione del Csm e la nascita di un’Alta Corte che sembra concepita più per il prestigio dei componenti che per l’efficacia del sistema. Parliamo di retribuzioni che superano i 300 mila euro al mese per un pugno di sedute; cifre che, nel panorama della pubblica amministrazione, appaiono come insulti alla sobrietà. A questo si aggiunge l’emorragia di denaro pubblico necessaria per un referendum che chiederà agli italiani di approvare un sistema che, paradossalmente, toglie risorse proprio a loro.

Una democrazia sotto esame

Il disegno che emerge è dunque privo di ambiguità: si affama la giustizia civile e penale per nutrire un organismo di sorveglianza che garantisca il “coordinamento” dei palazzi sulla magistratura. Si preferisce investire nel potere che vigila anziché nel servizio che tutela. È un ribaltamento dei valori costituzionali: la giustizia non viene più intesa come un servizio reso al cittadino, ma come un campo di battaglia dove la politica deve piantare la propria bandiera, assicurandosi che non ci siano “invasioni di campo” indesiderate.

La coerenza del dissenso

Opporsi a questa deriva non è un atto di corporativismo, ma una scelta di coerenza democratica. Difendere la Carta del 1948 significa oggi rifiutare un sistema che baratta l’efficienza dei tribunali con il mantenimento di nuove caste burocratiche. Il bivio davanti a cui ci troviamo è netto: vogliamo una giustizia che funzioni per tutti o una schiera di controllori d’oro al servizio di pochi? Dire no significa proteggere l’indipendenza di chi giudica e, con essa, la dignità di ogni cittadino che varca la soglia di un’aula di tribunale.

 

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