Il trucco del restauro: per un potere “più libero” dalla Legge

di angelo perrone

Tra tecnicismi procedurali e slogan da talk show, la riforma della magistratura rischia di smarrire la sua bussola: la realtà. È necessario smascherare i paradossi di un dibattito che, inseguendo presunti ‘istinti’ antropologici, finisce per ignorare le crepe strutturali del nostro Stato di Diritto.

Il trucco del restauro

Immaginate di entrare in casa e scoprire che il pavimento è talmente inclinato da non riuscire a stare in piedi. Le pareti mostrano crepe profonde, i vostri figli inciampano. Chiamate un tecnico e lui, con imperturbabile sicurezza, dichiara: «Non si preoccupi, ho la soluzione: ridipingeremo il soffitto e cambieremo la disposizione dei mobili nel salotto buono».

Restereste basiti. Gli obiettereste che il problema è nelle fondamenta, non nella vernice.

Ecco: la riforma della giustizia che ci viene prospettata è esattamente quel secchio di vernice per il soffitto. Si utilizzano concetti nobili come “separazione” e “imparzialità”, ma leggendo le clausole in piccolo scopriamo che l’intervento non sposta di un millimetro il pavimento sconnesso su cui i cittadini camminano ogni giorno.

L’inganno culturale: l’igiene morale da bar

Per giustificare questo restauro di facciata, il dibattito pubblico è scivolato verso un’approssimazione miserevole. Si parla della necessità di eliminare la “promiscuità” tra PM e Giudici, prendendo in prestito un termine che solitamente appartiene ai regolamenti di igiene dei postriboli o a contesti di degrado.

Siamo passati dal diritto all’antropologia da bar. Si sostiene, con un determinismo quasi lombrosiano, che chi ha svolto il ruolo di PM sia “geneticamente” programmato per cercare la condanna dell’imputato a ogni costo. Seguendo questa logica paradossale:

  • Un chirurgo non potrebbe mai fare il medico legale per troppa “promiscuità” tra la vita e la morte.
  • Un professore che ha bocciato un alunno sarebbe antropologicamente incapace di valutarlo con equità in un corso di recupero.

Ridurre la Funzione Pubblica a una questione di istinti tribali è l’offesa più grave che si possa arrecare alla dignità delle istituzioni.

L’obiettivo reale: un potere “sciolto” dalle leggi

Dietro lo schermo dei tecnicismi emerge una strategia nitida: indebolire il controllo della legalità per rendere il potere politico più “fluido”.

  • Il rischio “sceriffo”: Recidendo il legame tra PM e cultura del Giudice, otterremo un accusatore proiettato solo sulla carriera e sulla performance punitiva, un super-poliziotto inevitabilmente più sensibile alle direttive del potere politico che alla ricerca della verità.
  • Il sorteggio: Trasformare l’organo di governo della magistratura in una lotteria significa indebolirlo strutturalmente, rendendolo ostaggio di dinamiche casuali e, per questo, più facilmente influenzabile.
  • L’Alta Corte: Un tribunale speciale destinato a disciplinare i magistrati rischia di diventare un’arma di pressione psicologica, finalizzata a incentivare la “docilità” interpretativa.

Il Ministro Nordio lo ha ammesso con una sincerità quasi disarmante: questa riforma mira a rendere il governo un “potere più libero”. Libero, però, dal controllo della legalità. Una tentazione pericolosa per chiunque sieda al governo, oggi o domani.

Una scelta di campo

Questa riforma non sembra scritta per chi cerca giustizia, ma per chi vuole gestire il potere senza intralci. Un magistrato meno protetto sarà, per forza di cose, un magistrato più prudente di fronte ai forti. E un giudice che ha paura finirà sempre per dare ragione a chi ha i mezzi per intimidire: al colosso finanziario, alla grande lobby, al potente di turno.

Non permettiamo che si ridipinga il soffitto mentre la casa comune crolla. La giustizia non è un affare di palazzo: è l’ultima difesa del cittadino. Difendere l’indipendenza della magistratura non significa tutelare una casta, ma preservare il diritto di essere tutti uguali davanti alla legge. È una trincea che non possiamo permetterci di abbandonare.

Postilla

La magistratura non è un potere, è un servizio. E la sua dignità non risiede nella distanza fisica tra colleghi, ma nella capacità di restare separati da ogni interesse che non sia la Legge. La tendenza sembra essere quella di voler “arredare il disastro” anziché risolverlo.

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