IL REFERENDUM CONFERMA LA COSTITUZIONE LIBERALE: UNA NUOVA STAGIONE PER LA GIUSTIZIA

di maurizio delli santi*

Dalla scelta dei cittadini un mandato chiaro: attuare e rafforzare le garanzie costituzionali di una magistratura libera ed efficiente

Dalla scelta dei cittadini è emerso un messaggio chiaro: confermare le garanzie costituzionali e consolidare un modello di giustizia improntato a principi liberali e democratici, capace di tutelare l’indipendenza dei magistrati e i diritti dei cittadini. Rimane dunque fermo il presidio fondamentale secondo cui i magistrati sono “soggetti soltanto alla legge” . Sarebbe tuttavia un errore scambiare questo esito per un punto di approdo. Al contrario, esso segna soltanto una tappa di un percorso che resta ancora aperto e impegnativo: quello verso una giustizia più equa, più efficiente e realmente prossima ai bisogni dei cittadini. La chiarezza del voto impone oggi uno sforzo maggiore: tradurre concretamente i principi liberali e democratici richiamati da chi come noi si è opposto alla riforma, evitando che restino ancora formule astratte o strumenti per giustificare l’immobilismo.

La tenuta dello Stato di diritto non si misura solo nella conservazione degli assetti esistenti, ma nella capacità di verificarli continuamente, correggerli e aggiornarli in base ai cambiamenti sociali e istituzionali. Una democrazia matura non si limita a difendere le regole, ma le interroga, le rinnova e le mantiene vive nel tempo. Un banco di prova essenziale riguarda perciò ancora il controllo democratico della magistratura, tema delicato che richiede equilibrio tra indipendenza, responsabilità, trasparenza e coerenza con i principi costituzionali. Solo in questo equilibrio sottile si misura la credibilità della funzione giurisdizionale. Centrale dunque è una rivisitazione del ruolo delle correnti associative. Nate come spazi di elaborazione culturale e confronto ideale, alcune hanno progressivamente influenzato dinamiche di carriera e organizzazione interna. Riconosciuta la loro legittimità storica, occorre ricondurre il loro peso entro limiti compatibili con un ordinamento fondato sul merito e sull’autonomia del magistrato. Restituire centralità al merito significa ridurre le logiche di appartenenza che possano offuscare la percezione di indipendenza, trasformando le correnti in luoghi di pensiero e confronto culturale, non centri di influenza.

Altro punto rilevante riguarda gli incarichi extragiudiziari. Non si tratta di negarne la legittimità, ma di prevenirne distorsioni che possano compromettere l’imparzialità e l’efficienza della giurisdizione. Partecipazioni mediatiche, insegnamenti o altri incarichi esterni devono essere regolamentati per evitare sovraesposizioni o vantaggi personali, preservando l’impegno esclusivo alla funzione giudiziaria. Non può infatti omettersi che tali impegni extra-professionali non possono che incidere sul fondamentale aspetto critico della giustizia: la durata dei procedimenti è riflesso diretto delle energie dedicate dai magistrati, che se vengono sottratte da altri impegni, sono pregiudizievoli per la qualità del servizio reso alla prioritaria tutela dei diritti.

Vi è poi un profilo rimasto ai margini del confronto referendario, ma che non può più essere eluso senza compromettere la coerenza complessiva dell’ordinamento: il rapporto tra la giustizia italiana e la giustizia internazionale. È qui che si misura, in modo forse più esigente che altrove, la fedeltà ai principi proclamati. Occorre, dunque, una scelta chiara, non ambigua, capace di definire con nettezza la collocazione del nostro sistema nel contesto della giurisdizione penale internazionale. Non va dimenticato che chi ha sostenuto la riforma è lo stesso governo che ha segnato un indegno arretramento rispetto alla giurisdizione universale contro le atrocità di massa della Corte penale internazionale: liberando il torturatore libico Almasri  l’Italia si è sottratta agli obblighi di cooperazione imposti dallo Statuto di Roma che nel 1998 fu sostenuto proprio dall’Italia e firmato in Campidoglio. Occorre perciò riprendere quel percorso anche attraverso il varo dell’atteso Codice dei crimini internazionali, per riaffermare la piena adesione al sistema della Corte penale dell’Aja.

Parallelamente, è indispensabile ripensare l’organizzazione complessiva dell’azione penale. La definizione delle priorità deve trasversale non dell’indirizzo di un governo o dell’altro, e soprattutto non deve porre in secondo piano i reati contro la pubblica amministrazione: la corruzione deve rimanere tra le priorità in maniera trasparente e coerente con l’interesse generale emerso con chiarezza anche  da questo esito referendario.

In linea generale, emerge soprattutto con evidenza la necessità di una “giustizia di prossimità”, a misura dei bisogni dei cittadini: occorrerebbe forse ripensare al dispositivo territoriale per renderlo più ramificato sul territorio, e pensare a presidi dedicati nelle aree più ad alto rischio, come quelle dei quartieri interi posti sotto controllo della criminalità. Occorre cioè una giustizia capace di rispondere tempestivamente ai problemi quotidiani, non solo ai grandi processi simbolici, ma anche alle piccole controversie che incidono sulla vita di ciascuno come abusi apparentemente “minori”, prepotenze diffuse, violazioni che, se trascurate, alimentano un senso di impunità e di sfiducia. Il cittadino non può essere lasciato solo di fronte all’illegalità minuta, né costretto a rassegnarsi a tempi incompatibili con la tutela effettiva dei propri diritti. Una giustizia lenta o distante è, nei fatti, una giustizia negata. E questa prospettiva deve necessariamente includere anche la giurisdizione civile: è soprattutto lì che si assicurano le tutele dei diritti più immediati e concreti, prevenendo derive -come quelle della ‘famiglia del bosco’ – che rischiano di trasformare ogni questione sociale in materia penale. Solo un sistema capace di bilanciare equità sostanziale e tempestività può ritenersi davvero credibile agli occhi dei cittadini.

 In conclusione, il referendum consegna un mandato chiaro: consolidare il modello liberale e democratico della Costituzione, rafforzando l’indipendenza della magistratura e la tutela dei cittadini. La sfida non riguarda solo la giustizia, ma la democrazia stessa: mantenerla viva significa tradurre i principi costituzionali in pratiche concrete, assicurando uno Stato di diritto forte, coerente e pronto a essere trasmesso alle generazioni future. Il futuro della democrazia passa ancora dalla capacità dei cittadini di partecipare attivamente e vigilare sul rispetto dei valori liberali e democratici, che costituiscono il cuore della nostra Costituzione.

*membro dell’Associazione Italiana Giuristi Europei

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.