Direttiva UE anticorruzione: l’Italia al bivio tra pugno di ferro e immunità di Palazzo

di angelo perrone

Mentre l’eco del referendum è ancora forte, una nuova tegola cade sulle riforme della Giustizia di questi ultimi anni. La nuova direttiva anticorruzione del Parlamento Europeo è una smentita politica clamorosa: Bruxelles chiede più rigore proprio dove l’Italia ha scelto di depenalizzare. Emerge così il disegno di una politica criminale “a doppia velocità”: pugno di ferro con il dissenso di strada e guanti di velluto con i colletti bianchi. Un’analisi sulle reali intenzioni di chi vuole liberare la “firma” ma finisce per incatenare la legalità.

La smentita di Bruxelles: lo standard europeo contro lo “strappo” italiano

 Il recente intervento del Parlamento Europeo segna una battuta d’arresto che va ben oltre la cronaca giudiziaria. La nuova Direttiva UE sulla lotta contro la corruzione stabilisce infatti standard minimi comuni per tutti i Paesi membri, imponendo l’obbligo di qualificare come reati penali una serie di condotte che includono non solo la corruzione attiva e passiva, ma anche l’appropriazione indebita, l’intralcio alla giustizia e, significativamente, l’abuso di funzioni (corrispondente al nostro abuso d’ufficio) e il traffico di influenze.

Agli Stati viene chiesto di recepire queste norme nei propri ordinamenti entro 24 mesi, prevedendo sanzioni dissuasive e strumenti di indagine efficaci. Per l’Italia, ciò si traduce nell’obbligo di colmare il vuoto normativo creato con le abrogazioni del 2024, pena l’apertura di una procedura di infrazione per il mancato allineamento ai criteri comuni stabiliti in tema di tutela della libertà, sicurezza e giustizia. Il contrasto è palese: mentre l’Europa individua in queste fattispecie dei presidi essenziali per la tenuta democratica, il Governo italiano le ha rimosse sotto la bandiera della “velocizzazione amministrativa”, che poi non è avvenuta in concreto.

Il paradosso: Panpenalismo vs. Impunità

 L’analisi della politica criminale di questo Governo rivela una coerenza cinica. Da un lato assistiamo a un panpenalismo securitario: una proliferazione di nuovi reati comuni (si pensi al “decreto Caivano”, alle norme sui “rave party” o al giro di vite contro i blocchi stradali e le occupazioni). È il diritto penale usato come strumento di acquisizione del consenso, volto a rassicurare l’elettorato con il pugno duro verso i fenomeni “di strada”.

Dall’altro lato, però, si osserva una sistematica depenalizzazione dei reati contro la Pubblica Amministrazione. Argomenti come la “paura della firma” o l’efficienza dei processi appaiono, alla luce della direttiva UE, come pretesti per ridurre il controllo di legalità della magistratura sull’azione politico-amministrativa.

L’allergia ai controlli e il dopo-Referendum

 Questo disegno deriva dalla percezione di vivere ogni intervento della magistratura come un’intrusione fastidiosa. Le riforme procedurali introdotte e annunciate non sembrano mirate a una reale tutela delle garanzie del cittadino, ma a rendere il lavoro di indagine più farraginoso e complicato, senza alcun reale corrispettivo in termini di garanzie individuali.

Il referendum ha dimostrato che il Paese reale percepisce l’insofferenza della politica verso le regole. La pretesa di governare “senza intralci” si scontra con il modello costituzionale dello Stato di Diritto. Sventolare la bandiera del populismo penale per i reati comuni mentre si smantellano i presidi contro la corruzione è una strategia che non rassicura, ma inquieta. La direttiva europea, in questo senso, non è che l’ennesimo promemoria: la legalità non può essere una fisarmonica che si stringe o si allarga a seconda di chi siede nella stanza dei bottoni.

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