de propaganda fide

di enzo marzo

«Gli artisti e i curatori di questo padiglione sono stati nominati dal presidente Putin in persona col compito di propagandare una immagine della Russia come di un paese democratico e di negare i crimini del regime contro gli ucraini ma anche contro i suoi stessi cittadini. Questa non può essere definita arte. L’arte è libertà»

Una Pussy Riot, a Venezia, mercoledì 6 maggio 2026

C’è un gran discutere nella laguna veneziana su un fatto che avrebbe dovuto essere liquidato in poche battute. Il grande pasticcio cucinato dalla “Emerita Pasticceria Meloni”, che di “pasticcini” ne sforna ogni giorno uno, è consumato tutto all’interno di Palazzo Chigi da due meloniani di ferro, l’un contro l’altro. Tutti gli altri stanno a godersi la scena, mentre si celebra la tumulazione della cultura liberale perpetrata da un islamfascista che sproloquia sulla “civiltà del diritto” senza sapere cosa sia. Applausi da Vannacci, Salvini e M5S, uniti là dove li porta il loro cuore putiniano.

Alla fine, il padiglione russo alla Biennale di Venezia, con cerimonia officiata dall’ambasciatore russo in Italia, si è aperto. E ovviamente, ci avrei giurato, con i versi scelti di un collaborazionista dei nazifascisti, un poeta tanto eccelso quanto politicamente vaneggiante. L’ambasciatore fa il suo dovere di portavoce di un autocrate assassino, e tutto finisce lì. con una mezza vittoria propagandistica. Rovinata da alcune benemerite Pussy Riot e Femen, che ci ricordano che ancora in Europa c’è qualcuno/a che freme perché sa cos’è la Libertà di pensiero.

Infatti il nocciolo della questione è tutta qui. È censura la censura di chi censura? Tutti non possono che ammirare i magnifici prodotti culturali del popolo russo, che in questi giorni sono stati rievocati, con ipocrita commozione, senza ricordare che da più di un secolo la creatività russa è stata sequestrata dai regimi che si sono susseguiti e che hanno imposto al popolo russo un silenzio mortifero. Da più di un secolo il Cremlino si adopera a imbavagliare, anzi a imprigionare o a uccidere (in senso letterale) ogni pensiero critico. Certo, dai russi, dopo Tolstoj, sono state prodotte anche opere bellissime, ma per scrivere, musicare, interpretare bisognava espatriare, fuggire dalla Russia. E infatti quanto ci ha dato il fuoriuscitismo ricoverato a Parigi o addirittura nelle università americane o nei teatri europei? E questa storia continua tuttora. Buttafuoco ha fatto vincere la mediocrità burocratica, il familismo di Lavrov e l’elogio della censura statale della cultura. Paradossalmente ha sdoganato in nome della libertà culturale proprio la sopraffazione della propaganda. Legittimandola, se ne è fatto complice. Si è appellato al diritto, allo Iure, in una vicenda esemplare di violazione e assassinio proprio del diritto dei popoli alla critica e alla libera espressione.

Decenni fa i socialisti, in una delle poche iniziative commendevoli in cui si sono distinti, organizzarono proprio a Venezia una celebrazione degli intellettuali russi costretti a scappare dal loro paese. Seppero unire ciò di cui oggi nelle baruffe chiozzotte si predica la distinzione o, peggio la separazione. Che c’entra – si dice e si scrive ora – l’autonomia della cultura con la politica? Il giudizio sulla politica dei vari paesi va tenuta separata dalla cultura o, meglio, dalla libertà culturale degli stessi. Ma questa è una proposizione gesuitica: nulla è più legato della creatività al regimen. La libertà interiore è sì incoercibile, ma non si tramuta in vera cultura se non ha la possibilità di esprimersi. E le Biennali si fanno strumento della propaganda politica. Anche nello sprofondo di un gulag si può essere spiritualmente liberi se si ha la forza di resistere, ma è un po’ più complicato far conoscere al mondo o al vicino di casa un Dottor Zivago o una Lady Macbeth se domina uno Zhdanov o un a sua copia. Non a caso un Rostropovich ci tenne ad andare a suonare il suo violoncello sotto il Muro di Berlino quando fu picconato, finalmente. Conosceva i doveri e le sofferenze di un intellettuale vero. Non era un poveretto che si nasconde dietro alla “civiltà giuridica” e ammicca al Dittatore assassino accanto al suo Ambasciatore.

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