di alessandro giacomini
L’assistenza sessuale per le persone con disabilità.
Un amore impossibile, un diritto umano che l’Italia dimentica.
Che fine ha fatto il disegno di legge1442 del 2014 in materia di sessualità assistita per persone con disabilità?
Perché non è stato dibattuto in senato, ove giace da più di dieci anni?
A oltre dieci anni dalla presentazione della proposta di legge, la situazione per migliaia di persone con disabilità non è cambiata. Il dibattito resta confinato ad associazioni e comitati che continuano la loro battaglia per far valere un diritto fondamentale.
In Italia, il diritto alla sessualità e all’affettività è riconosciuto come uno degli “essenziali modi di espressione della persona umana”, inquadrato tra i diritti inviolabili garantiti dall’articolo 2 della Costituzione (come ribadito anche dalla Corte Costituzionale).
Tuttavia, per le persone con disabilità, in particolare quelle con ridotta autosufficienza motoria o cognitiva, questo diritto rimane spesso un’aspirazione irrealizzabile.
La narrazione sociale tende a considerare le persone disabili come “asessuate” o prive di desideri intimi, un pregiudizio che genera isolamento, frustrazione e, in ultima analisi, una grave limitazione della libertà e del benessere psicofisico.
È qui che entra in gioco il concetto di assistenza sessuale: non un sostituto dei rapporti interpersonali, ma un supporto professionale specializzato per permettere alla persona di esplorare la propria corporeità, l’erotismo e la sessualità in un contesto sicuro ed etico.
Nonostante l’importanza etica e sociale, il DDL si è arenato in Senato nel corso della 17a legislatura e non è mai stato calendarizzato per la discussione in aula, lasciando di fatto il tema nel limbo dell’illegalità e del tabù.
Il mancato avanzamento del DDL 1442 evidenzia un ritardo culturale e legislativo del nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee.
Paesi come Svizzera, Germania, Danimarca e Olanda hanno da tempo affrontato o tollerato la questione, riconoscendo l’assistenza sessuale come un servizio che rientra nel diritto all’autodeterminazione della persona.
Questi modelli internazionali dimostrano che è possibile inquadrare la prestazione in un contesto di professionalità e rigore etico, superando l’equazione semplicistica con la “mercificazione del corpo”.
L’obiettivo primario, infatti, non è il mero atto sessuale, ma l’educazione all’affettività, alla corporeità e il recupero dell’intimità personale.
Affrontare nuovamente la questione dell’assistenza sessuale non significa solo istituire una nuova professione; significa riconoscere pienamente la dignità e l’autodeterminazione delle persone con disabilità, abbattendo l’ultimo, grande tabù che le imprigiona in una dimensione di eterna minorità affettiva e sessuale.
È tempo che la politica italiana riprenda in mano il DDL 1442 o una proposta analoga, trasformando un diritto negato in una realtà di inclusione.
Forse la risposta la si trova rileggendo l’aberrante reazione dell’agenzia di informazione cattolica romana che già nei giorni seguenti alla proposta di legge sentenziava:
“Il perverso disegno di legge “Disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità” è figlio della rivoluzione sessuale che negli ultimi decenni ha minato le fondamenta morali ed etiche della nostra società. Una rivoluzione che a partire dal celebre motto «make love not war» ha ridotto la sessualità a mero piacere, disgiungendola dalla procreazione, e ha reso l’uomo, al pari dell’animale, schiavo dei propri impulsi e istinti sessuali.”
Ma il DDL non offriva dubbi:
“Ogni persona dovrebbe quindi avere la possibilità, indipendentemente dalla propria condizione di disabilità, di compiere scelte informate e responsabili riguardo alla propria salute sessuale e di disporre di opportunità e di mezzi adeguati a compiere tali scelte……“
“Molte persone in condizione di disabilità non possono autonomamente intrattenere relazioni interpersonali complete sotto il profilo psicoaffettivo, emotivo e sessuale poiché impedite da una condizione di ridotta autosufficienza a livello di mobilità e motilità o a causa di un aspetto fisico lontano dai modelli estetici dominanti e ritenuti attraenti. In certi casi si aggiunge l’impossibilità di pervenire autonomamente a soddisfacenti pratiche di autoerotismo. Nel disabile psichico la difficoltà a vivere la sfera dell’intimità e della sessualità alimenta la perdita di autonomia. Queste situazioni possono produrre uno stato di emarginazione affettiva e relazionale. Si aggiunga a queste difficoltà la persistenza nella nostra cultura del pregiudizio per cui le persone disabili sono percepite come asessuate, prive di una dimensione erotica e senza un desiderio di intimità…….”
“A questo scopo il presente disegno di legge istituisce la figura dell’assistente per la sana sessualità e il benessere psico-fisico delle persone disabili o assistente sessuale. Tale operatore, a seguito di un percorso di formazione di tipo psicologico, sessuologico e medico, dovrà essere in grado di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale o sessuale e a indirizzare al meglio le proprie energie interne spesso scaricate in modo disfunzionale in sentimenti di rabbia e aggressività…..”
Chi, ad ogni richiesta di persone con disabilità direbbe di no?
Presumo nessuno, per ogni loro bisogno siamo a loro completa disposizione.
Proponiamo ogni soluzione tecnologica, dalla carrozzina elettrica alla casa domotica, una assistenza a 360 gradi che inizia con le richieste più elementari, vestirsi spogliarsi, lavarsi,
mangiare, viaggi della speranza in luoghi di preghiera il più delle volte all’estero, il tutto per agevolare la vita di chi ha un bisogno.
Di tutti questi diritti, che nessuno metterebbe in dubbio la legittimità, uno viene rimosso e guai a parlarne: è il sesso.
Eppure è un desiderio primario, il bisogno di coccole la voglia di dare un bacio, il desiderio di fare l’amore appartengono a ogni essere umano.
Quando diventa impossibile realizzare un desiderio assoluto, che inevitabilmente in questo caso diventa un diritto, è ovvio sentirsi sconfitti.
La nostra stessa società mette al centro di tutto il sesso, sulle riviste, in televisione, negli stessi spot pubblicitari, si ricorre spesso alla sessualità e quindi la pressione psicologica del disabile diventa ancora più insostenibile.
Quando le varie testate nazionali pubbliche trasmettono gli spot ministeriali della “ pubblicità & progresso “ si articola ogni sensibilità tranne “ quello “ , che poi per assurdo , lo stesso spot sensibilizza anche i problemi legati all’impotenza dei cosiddetti normodotati.
Le stesse associazioni cattoliche sono più sensibili ai pellegrinaggi della speranza che alle esigenze dei disabili, per questo basilare diritto non si rendono disponibili, anzi, quasi si infastidiscono solo al sentore della richiesta, come se fosse un capriccio.
Dopotutto la lussuria rimane pur sempre un peccato e la stessa chiesa cattolica persiste nel tessuto sociale e culturale Italiano come un modello di valori e civiltà, ma il disabile non è una sorta di angelo asessuato.
All’estero l’assistenza sessuale per i disabili è una figura riconosciuta, Danimarca, Austria, Francia, Germania, Svizzera, per diventare assistenti, vengono istituiti corsi di formazione, diplomi di comportamento etico e prezzi concordati ed è bene ricordare che quando si parla di assistenza la stessa è estesa anche alle donne con disabilità.
Francamente la situazione Italiana, comparata agli stati culturalmente similari e geograficamente confinanti con noi, è agli antipodi, bisogna pur ricordare con umiltà che il sesso, per quante rivoluzioni siano state fatte, rimane sempre se non un tabù, sicuramente un aspetto ancora inquietante, e che questo atteggiamento spesso non confessato è già un ostacolo alla piena realizzazione della sessualità nelle persone normali, figuriamoci nelle persone disabili.
Se però all’estero esiste un certo numero di uomini formati e regolamentati per offrire servizi sessuali pure alle donne disabili, parità di genere attuata, nella nostra nazione c’è una palese difficoltà nell’affrontare l’educazione sessuale pure nelle scuole, anche li scompare, o per meglio dire non deve apparire.
Deve insomma rimanere un fatto privato, nascosto, qualcosa di cui è meglio non parlare, il lenzuolo religioso in Italia copre ogni grado istituzionale e francamente il sesso dei disabili non può e non deve essere o diventare un problema.
Il tema del sesso per i disabili è un argomento delicato che non si affronta volentieri, diventa difficile anche svolgere una piccola inchiesta, navigando però nel web si trovano alcune testimonianze, una particolarmente toccante:
la madre stanca di vedere il figlio triste del fatto che a 34 anni non aveva fatto ancora l’amore, il quale non poteva avere rapporti in maniera autonoma, chiese all’altro figlio di verificare se fosse disponibile una professionista, perché la prima volta è la prima volta e se anche non sarà come tutte quelle cose che si leggono nei biglietti dei cioccolatini è pur sempre un atto d’amore nei confronti del figlio.
Andò come doveva andare, la madre non chiese mai al figlio della esperienza vissuta.
Questo aneddoto dimostra quanto sia fondamentale l’aiuto dei genitori, la stessa madre racconta che dissertare dell’attività sessuale con le altre mamme di disabili l’argomento genera imbarazzo.
Occorre quindi che le istituzioni, il ministero della salute applichino tutte quelle iniziative per favorire il pieno sviluppo della persona disabile anche sotto il profilo dell’espressione della sessualità, iniziando proprio dal disegno di legge citato in precedenza.
Perché ad oggi le persone con disabilità sono percepite come asessuate, prive di una dimensione erotica e senza un desiderio di intimità, figuriamoci poi rivendicare lo stesso diritto all’orgasmo anche alle donne.
Perché, quando si parla di assistenza sessuale per i disabili, l’immagine che emerge nel dibattito pubblico è troppo spesso quella di un uomo con disabilità che ha bisogno di soddisfare un bisogno fisico.
Questo è un preconcetto da smantellare, specialmente nell’ottica di un movimento femminista che lotta per l’autodeterminazione corporea e sessuale di tutte le donne.
L’assistenza sessuale è un diritto e un servizio professionale neutro rispetto al genere.
Ci sono donne con disabilità, con diverse esigenze e orientamenti sessuali (etero, lesbiche, bisessuali, asessuali), che chiedono a gran voce la possibilità di accedere a questa forma di supporto.
Donne che, a causa di disabilità motorie, sensoriali o cognitive, non possono esplorare autonomamente la propria sessualità, scoprire il proprio corpo, superare traumi o semplicemente provare piacere.
Vanno rimosse queste barriere fisiche e culturali che impediscono a una donna di esplorare e vivere il proprio erotismo smettere di considerare le donne disabili come esseri ‘asessuati’ e riconoscere i loro bisogni come una componente essenziale della salute e del benessere.
L’assistenza sessuale per le donne con disabilità non è un lusso, ma un tassello mancante nella lotta per l’uguaglianza e la piena emancipazione femminile.
Il fallimento del Disegno di Legge n. 1442 del 2014, e di ogni proposta successiva sull’assistenza sessuale ai disabili, non è un incidente burocratico; è un atto di ostruzionismo morale.
E diciamocelo chiaramente, l’ombra lunga e austera del Vaticano e della sua dottrina sessuofobica è la principale responsabile di questo blocco.
È paradossale che un Paese laico permetta a gerarchie religiose, il cui personale dirigente ha fatto voto di castità e si aspetta che tutti si conformino a un modello di sessualità solo procreativa e solo matrimoniale, di dettare legge sui bisogni fisici e intimi di cittadini che non possono fare altrimenti.
La logica clericale si affretta a condannare il ‘sesso assistito’ con l’etichetta infamante di ‘prostituzione’.
Perché la vera accusa è l’atto sessuale che non è finalizzato alla procreazione o al vincolo eterno, ma al puro e semplice piacere e al benessere psico-fisico della persona.
E questo, per la morale dominante, è evidentemente intollerabile, perché spoglia il sesso del suo presunto ruolo ‘sacro’ e lo riconsegna alla sua funzione più umana e terrena: un bisogno fisiologico e psicologico.
In sostanza, stiamo parlando di un veto ideologico che preferisce lasciare le persone con disabilità nella frustrazione, nell’isolamento e nel disagio, in uno stato di ‘castità forzata’ non scelta, piuttosto che sfidare un tabù vecchio di secoli.
Il messaggio è chiaro, in Italia, il diritto al benessere sessuale si ferma dove inizia l’imbarazzo del sacro e la vita sessuale di migliaia di persone rimane ostaggio di chi, per principio, ha scelto di non averne una.
Tutto questo non è forse un limite della nostra società, o meglio, una mera disabilità sociale?
https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/0/769165/index.html?part=ddlpres_ddlpres1