L’ITALIA LUNAPARK

di enzo marzo

1. Un sospiro di sollievo. Anzi, qualcosa di più di un sospiro di sollievo.

Nell’Italia Lunapark siamo usciti miracolosamente dal Tunnel dell’Orrore. Non si può ragionare sulla vicenda presidenziale senza ricordare e dare la priorità a questo dato psicologico e di fatto.

Entrino, entrino signori. Saliti sul carrello traballante abbiamo imboccato un lunghissimo corridoio di molte settimane in cui ha aleggiato concretamente il Pregiudicato e i suoi fantasmi. Con l’appoggio dichiarato della maggioranza parlamentare meno una manciata di voti. Una bazzecola per chi, i deputati, se li può anche comprare. Il rischio di un’Italia rappresentata da un truffatore dello stato drizzava i capelli in testa. Anche perché era da rabbrividire l’acquiescenza dell’intera destra nonché il mancato scandalizzarsi degli organi di disinformazione. In più, di contorno, c’era la grancassa dei pennivendoli, degli slurpisti di professione, persino degli ex estremisti di sinistra che intonavano le laudi per lo Statista di Arcore ed esortavano gli italiani a essere «riconoscenti» e a «chiedere scusa» al loro Padrone e alla sua combriccola di collusi con la mafia, di corruttori di giudici, testimoni, avvocati ecc. per aver osato uscire dal coro quando si andava compiendo lo sterminio di ogni etica pubblica nel nostro paese.

Non era fantasia perversa solo per impaurire i bambini, è stato un tragico rischio reale.

Ma ecco improvvisamente interruzione del corridoio choc, svolta ad U. Si entra in zona parlamento. Non abbiamo tempo di prendere fiato e siamo sommersi da zombie, burattini indecenti, mostri spaventosi che ci vengono sbattuti in faccia uno dopo l’altro per poi sparire nel buco nero da cui sono venuti. Urla di paura, anche se sappiamo che tutto è uno scherzo. Non riusciamo a capire perché ci dobbiamo sorbire in poche ma debilitanti ore un concentrato del peggio della seconda repubblica: all’insegna delle parole d’ordine “alto profilo” e “candidato non divisivo” vengono spacciati, come possibili presidenti, consumati politici di destra o professori la cui cifra ideologica è il trasformismo o comici presidenti del Senato (di un Senato con un profilo mai così basso).

Come tutti i tunnel, anche questo ha termine. Agghiacciati dall’esperienza, finalmente usciamo all’aperto a riveder le stelle. Ma le stelle non ci sono. C’è solo un cielo cupo e nero su un campo di battaglia con morti e feriti.

(Un solo rimpianto: non abbiamo potuto gustare il doveroso comunicato pieno di letizia delle femministe talebane per l’elezione finalmente di una donna, tale Maria Elisabetta Alberti Casellati. Non sarebbe ora che cominciasse una riflessione seria su uguaglianza e privilegi, generi e sessi?).

 

2.Facciamo un po’ di conti. Il bilancio finale di Meloni è ineccepibile ma è ipocrita e giunge con forte ritardo storico. Non da oggi la destra è divisa drasticamente, non da oggi la Lega ha un leader incapace e buffonesco, non da oggi Forza Italia è priva di classe dirigente. Uno dei guai, e non dei minori, del nostro paese è che non si è mai dato un vero partito conservatore di stampo europeo. La Dc è stata per mezzo secolo un surrogato confessionale che ancora tiene le fila del potere dal Colle in giù, fino ai vari democristiani infiltrati in tutti i partiti, ma politicamente non rappresenta nulla. Forza Italia ha riunito tutti i reazionari e si è fondato sulla paura del comunismo e sulla difesa del patrimonio di un Padrone senza scrupoli. Si fanno illusioni quelli che sperano in una rottura definitiva del centrodestra. Certo, ci dovrebbe essere incompatibilità tra una destra conservatrice europeista e democratica e un’estrema destra sovranista, antieuropea, negazionista, legata alle democrazie illiberali dell’est europa, perfino con tendenze nostalgiche o nazi-bolsceviche, e via dicendo. Ma non è così. Non si disperi Meloni. Le ferite si risaneranno tutte miracolosamente quando si tratterà di conquistare tutti uniti il potere amministrativo e politico. L’unica differenza col passato è che le virtuali primarie nella Destra le ha vinte proprio lei, Meloni.

La Lega farà molto rumore, ma difficilmente potrà cacciare Salvini, a meno che non decida freddamente di tornare a rappresentare esclusivamente gli interessi del Nordest e a un peso elettorale al di sotto del 10%. Siamo convinti che non ci sia dirigente leghista di buon senso che non rida del Capitano e non riconosca che è un clown incapace. Persino patetico nelle sue giravolte bi-quotidiane. Ma la Lega, sempre più duale, se lo terrà, magari in una camicia di forza.

I forzisti, dopo il fango incautamente sollevato dal loro Padrone, sono legati al passato e al massimo possono ambire ad essere uno dei tanti cespugli della palude centrista. In questi giorni abbiamo sentito in televisione evocare il gollismo come un esempio per la destra futura. Ma si dimentica che il gollista Chirac si rassegnò a perdere la Presidenza della repubblica francese pur di non allearsi con i lepenisti. Mentre Berlusconi non si fece alcuno scrupolo e pur di affermarsi sdoganò la destra fascista e ora, pur di rivincere, si tiene ben cari gli antieuropeisti (dopotutto anch’egli lo era) e sovranisti filo Orban.

Il M5s è arrivato al capolinea. Ne siamo persino dispiaciuti perché è stato una forza che ha assorbito e portato in Parlamento la più che giustificata protesta contro la poltiglia della classe politica. Ma con un’organizzazione, “cultura” e parole d’ordine davvero indigeribili. Se vogliamo pensare al peggio, possiamo ipotizzare che questa protesta o ingigantirà l’astensionismo o si radicalizzerà in forme irrazionali ed estremistiche. Del M5s vero e proprio rimarrà ben poco. Conte aveva molte possibilità ma ha compiuto due errori. Nel suo secondo governo, nel periodo precedente la pandemia, avrebbe dovuto motivare ogni giorno il cambio dell’alleanza di governo (che in effetti è rimasta solo la somma di due colori) con una spinta verso una diversa identità fortemente rinnovatrice e democratica, fondata sulla lotta alle tendenze eversive dichiarate da Salvini. E quindi cercare di imporre ai suoi alleati piddini una riforma Rai, una riforma elettorale, una lotta al precariato e all’evasione fiscale. Sempre con la Carta costituzionale in mano. Per darsi una identità occorre distinguersi, non omologarsi. Avrebbe potuto così attenuare il ricordo degli errori di Di Maio che in pochi mesi avevano fatto perdere al Movimento la metà dei consensi con le goliardate filo gilet jaunes o con gli opportunismi stile vecchia Dc. Vedi lottizzazione della Rai e addirittura nomina di un presidente come Foa o il farsi rappresentare da un trasformista come Freccero. Per attuare questo disegno bisognava essere un vero leader e non trovare ostacoli nel Movimento. La buona gestione della lotta alla pandemia ha rallentato la crisi dei grillini, ma l’imperdonabile errore, davvero incomprensibile, di aggrapparsi in questa tenzone quirinalesca a un Salvini già cadavere, lo fa affogare insieme con lui.

Per il Pd il discorso è sempre lo stesso. Letta ha fatto rischiare grosso al paese con la sua strategia “negativa” e ha posto le basi a un’ondata antiparlamentare e presidenzialista, che già – vediamo – appassiona tutti i reazionari d’Italia. Meno male che è stato fortunato o, meglio, meno male che l’idiozia della destra gli ha regalato la vittoria. Ha massacrato tutti i candidati sostenendo che fosse necessario trovare un presidente “non divisivo”, ma sapendo bene che questa figura non esisteva e così sarebbe stato inevitabile tornare alla “costrizione” di Mattarella-bis, e quindi a una formula poco costituzionale. Ma sarebbe bastato che Salvini con un grano di sale in zucca avesse presentato un qualche candidato non così indecente o un Casini, uomo certamente di destra ma eletto nel Pd, e sarebbe stata una catastrofe. Meno male che a Salvini manca pure quel grano di sale. Così Mattarella ci ha salvati, ma nell’opinione pubblica è rimasta la convinzione che non si è avanzato alcun nome anche perché non esistono a sinistra personaggi all’altezza dell’incarico. Ora Letta, soddisfatto, tende ad approfittarsi dell’affermazione ottenuta e minaccia: «Ora le riforme». Tremiamo: le riforme del Pd sono state soltanto o incostituzionali (Italicum), o devastanti (Titolo V°) o liberticide (riforma della Rai). Incrociamo le dita.

3.Purtroppo i problemi rimangono tutti, solo più aggravati.

Il primo è la tenuta del Governo. Ovviamente Mattarella farà di tutto affinché Draghi superi indenne quest’ultimo anno. C’è un gran bisogno di serietà e di stabilità operosa. La debolezza delle forze politiche e l’imperativo categorico dei parlamentari che non vogliono correre il rischio di una crisi al buio che potrebbe sfociare in una chiusura anticipata della legislatura dovrebbero garantirci. Senza però dimenticare che il tecnico Draghi, improvvisatosi politico, si è mostrato più maldestro e irresponsabile di quanto lo si potesse immaginare. Questo lo indebolisce. Da parte sua sarebbe il caso ora di dimostrare di avere nelle mani la barra ben ferma e meno cedevole ai partiti e alle lobby. Tanto per fare due esempi: che ne è dello scioglimento di Forza Nuova? e che ne è delle concessioni balneari?

Il secondo riguarda la strategia delle alleanze del Pd. Qual è il futuro politico del Pd? Le vie sono soltanto due, a elezioni prossime. Abbiamo oramai raggiunto una quota di assenteismo che si avvicina pericolosamente alla metà dell’elettorato. Ammettendo un 30% di assenteismo fisiologico, rimane un 20 % di italiani profondamente frustrati che il giorno delle votazioni rimangono a casa. Delusi dal tentativo fallito dei 5stelle o delusi dalla “sinistra di destra”. È lampante che il disagio sociale (attenti: non diciamo “la classe operaia”) a sinistra non trova più rappresentanza. E finisce nell’estremismo di destra o appunto nella “delusione”. Il Pd, vuoto di valori e di “politiche”, da decenni si è affidato alla “strategia del Nazareno”: corsa a destra e alleanza con Berlusconi o derivazioni berlusconiane. È la politica di Verdini, Napolitano, Renzi. E, a dire la verità, è quella che ha partorito il governo Letta. Per far finta di essere ancora politicamente vivo, D’Alema recentemente ha affermato che il Pd è guarito dalla malattia del renzismo. Ma sa bene che non è così. Non solo perché il Pd è ancora pieno di renziani, ma soprattutto perché la strategia lettiana sembra proprio quella di allargare il campo delle alleanze con i berlusconiani, i cespugli post-berlusconiani, gli “avventurieri” e trasformisti che scorrazzano per il Centro. Occorrerebbe, quindi, non puntare sulla demagogia “buonista” e su ceti politici alla deriva, scorie della seconda o addirittura della prima repubblica. Insomma, non avventurarsi e affogare nell’”éternel marais”, ma cambiare completamente paradigma. E rivolgersi invece a quel venti per cento di società secolarizzata e già di stampo “europeo” che da anni non trova rappresentanza. Offrirgli – credendoci davvero -poche parole d’ordine: libertà, diritti, uguaglianza, attenzione massima ai bisogni, legalità. E azzerare la demagogia, il “buonismo” e le velleità egemoniche. Ma anche solo per porsi questi obiettivi occorre la rinascita della “cultura politica”, della mentalità conflittuale, dell’abbandono della logica paleo-democristiana o incardinata nell’”inciucio” e nello strofinarsi con “i fratelli in camicia nera”. Siamo molto scettici.

4.Mentre le istituzioni repubblicane, soprattutto il Parlamento, scricchiolavano, è stato eletto il nuovo Presidente della Corte costituzionale. Abbiamo avuto sempre dubbi sulla tradizione di eleggere presidente il più prossimo alla scadenza, perché questa impedisce alla Corte di avere una linea giurisprudenziale ma solo assicura nel tempo la Presidenza a tutti i giudici. Prebende annesse. Però questa tradizione ha dalla sua parte anche delle ragioni. (Tra parentesi, si è fatta soltanto un’eccezione con la nomina di Cartabia, dimostrando che alla Corte sta più a cuore la demagogia che il valore dell’uguaglianza). Così ora abbiamo Giuliano Amato. Il quale, tanto per aggiungere sfascio a sfascio, proprio nel suo primo giorno ha debuttato dicendo di «pensare» «come minimo» al sistema semipresidenziale alla francese (come “massimo” forse al presidenzialismo alla Pinochet o alla cinese?).

È naturale che i Presidenti della Consulta, che avranno fisiologicamente pochi mesi o giorni di durata, siano tentati di strumentalizzare il loro incarico per crearsi un futuro. Tanti sono coloro che virtuosamente hanno resistito a questa tentazione. Ma ricordiamo l’esempio squallido di Antonio Baldassarre, che approfittò della sua prima sortita da Presidente “per sei mesi e 13 giorni”, e, da bravo “già in carriera politica”, “già ingraiano”, “già seguace di Napolitano”, se ne uscì con una dichiarazione contraria alla legge sull’aborto totalmente “fuori dal vaso”. Ma chissà se non fu proprio quella a procurargli successivamente incarichi pubblici fino alla Presidenza Rai (è stato uno dei post-comunisti che si prestarono servilmente a Berlusconi) e anche la sua rovina (tre anni di reclusione, condanna in Appello per aggiotaggio). Son questi i guai delle “portegirevoli”.

Dunque. Amato – da sempre sulla portagirevole – se ne esce il primo giorno “pensando”. L’argomento che introduce fa impallidire la sguaiata intrusione politica di Baldassarre. Il presidente della Corte costituzionale non deve “pensare”, tanto meno pensare a come sovvertire il nostro sistema istituzionale. Deve solo garantire che la legislazione non sia contraria alla Costituzione. E sul resto tacere. Il resto tocca ai politici non alla più alta magistratura dello Stato. Le sue “pensate” politiche non interessano a nessuno. Meno male che durerà soltanto otto mesi. Mala tempora currunt se anche alla Consulta si lavora impropriamente alla distruzione della nostra repubblica parlamentare.

 

 

2 commenti su “L’ITALIA LUNAPARK”

  1. Un articolo, questo di Enzo Marzo, che è pregno di pensiero politico. Oserei dire che ha un piglio ispirato all’intransigenza Gobettiana innanzi all’ineffabile situazione politico-istituzionale italiana.
    Marzo non analizza solamente il presente e il passato, fa intravedere ulteriori difficoltà.
    Alla luce dalla cultura di riferimento di Enzo Marzo, quella genuinamente liberal-democratica, emerge concreta e attuale la necessità di far ri-generare una forza politica organizzata secondo rigorosi criteri già ben definiti nell’art. 49 della Costituzione. È l’auspicio che oso fare.

  2. Analisi lucidissima degli avvenimenti dell’ultimo mese (e non solo) e di quello che ci aspetta nei prossimi mesi. Complimenti!

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