Separazione delle carriere: una riforma che mette a rischio l’imparzialità della giustizia

di angelo perrone

La cosiddetta “separazione delle carriere” non è affatto la riforma di buon senso che viene presentata. Dietro questa etichetta si nasconde un progetto ben più pericoloso: lo smantellamento di una delle garanzie fondamentali del nostro sistema giudiziario, l’imparzialità dei magistrati. Non si tratta di una questione tecnica o di mera organizzazione, ma di un cambiamento che, indipendentemente da chi governa oggi o domani, rischia di consegnare il potere politico a un controllo sempre più debole da parte della legalità. E, come spesso accade, a pagarne le conseguenze saranno i cittadini più deboli.

Un dibattito distorto

Il problema principale è che il dibattito su questa riforma è prigioniero di una distorsione cognitiva. La formula “separazione delle carriere” suona rassicurante, quasi ovvia, ma in realtà serve a mascherare uno stravolgimento che finirà per colpire proprio chi dovrebbe essere protetto: il cittadino. Per capirlo, basta analizzare i tre miti su cui si regge la narrazione di questa riforma.

Il trucco delle parole: non è una questione di ruoli, ma di garanzie

Chi sostiene la riforma gioca sull’equivoco tra “funzioni” e “carriere”. Le funzioni — cioè il lavoro concreto di Pubblico Ministero (PM) e giudice — sono già oggi separate: il PM accusa, il giudice giudica, e solo nello 0,4% dei casi avviene uno scambio di ruolo. Il vero obiettivo, però, non è questo. La carriera unica, quella che la riforma vuole eliminare, è lo strumento che garantisce che il PM non risponda al governo, ma solo alla legge.

E qui arriva il punto più subdolo: nel testo della riforma non c’è una sola norma che spieghi come cambieranno le garanzie di indipendenza per PM e giudici. Si parla solo di una generica “differenziazione”, rimandando ogni dettaglio a una futura legge ordinaria. È una delega in bianco: si chiede al Paese di approvare una riforma senza sapere quali saranno i criteri futuri. L’obiettivo è chiaro: usare poi una legge semplice per ridurre le garanzie del PM, trasformandolo in un organo più esposto alle pressioni politiche. Un vero e proprio “tranello linguistico” che rischia di scardinare l’imparzialità voluta dalla Costituzione.

La “promiscuità” che non esiste

I sostenitori della riforma insistono sul fatto che oggi ci sia troppa “vicinanza” tra PM e giudici. Ma la realtà è ben diversa. Possiamo immaginarla con una metafora sportiva: il PM è l’attaccante, il giudice è l’arbitro. Entrambi fanno parte della stessa Federazione — lo Stato — ma hanno ruoli e divise diverse. La riforma vorrebbe creare due Federazioni separate: una per gli attaccanti e una per gli arbitri. Il risultato? Il PM, separato geneticamente dal giudice, rischia di diventare un “super-poliziotto” che non cerca più la verità, ma solo la condanna a ogni costo, rispondendo al potere politico anziché alla legge. Senza quella matrice comune che è la giurisdizione, l’imparzialità del sistema crolla.

Divide et impera: un potere politico più libero

Dietro la separazione delle carriere c’è un obiettivo preciso: indebolire la magistratura come organo di controllo sulla legalità del potere. Come? Creando due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), lo scudo che oggi garantisce l’imparzialità dei magistrati rispetto alle pressioni politiche. Due CSM significano due organi più deboli, meno capaci di resistere alle interferenze.

E non è tutto. La riforma propone di sostituire l’elezione dei membri del CSM con un sorteggio, trasformando la selezione in una lotteria. Un giudice scelto a caso avrà mai la forza morale di opporsi alle invasioni di campo della politica? Difficile crederlo. Poi c’è l’Alta Corte, un nuovo tribunale speciale per punire i magistrati, che rischia di diventare uno strumento di pressione psicologica per rendere i giudici più “docili” quando devono decidere su persone potenti.

A confermare le reali intenzioni di questa manovra ci ha pensato lo stesso Guardasigilli, Carlo Nordio, che si è detto stupito del fatto che l’opposizione non capisse come la riforma “farebbe comodissimo anche a loro quando andranno al governo”. Tradotto: un esecutivo senza l’interferenza della magistratura è un potere più libero. Non si cerca un processo più veloce, ma un potere politico libero dal controllo della legalità. Una tentazione pericolosa per chiunque sieda al governo, oggi o domani.

Una giustizia più pavida per tutti

Questa non è una guerra tra partiti, ma una perdita di imparzialità che colpirà ogni cittadino. Un magistrato meno protetto sarà meno propenso a tutelare il cittadino comune — il lavoratore, il paziente, il piccolo risparmiatore — contro i “poteri forti”, economici o politici. L’imparzialità diventerà un lusso che il sistema non potrà più permettersi.

Un PM sotto controllo politico si occuperà soprattutto dei reati che fanno rumore sui media, trascurando la tutela quotidiana delle vittime di reati comuni. E, nonostante le promesse, la separazione delle carriere non toglierà un solo giorno alla durata infinita dei processi, né risolverà il dramma del sovraffollamento carcerario. È una riforma fatta nei palazzi, sulla pelle della garanzia di una legge uguale per tutti.

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