L’illusione del controllo: la fallacia logica nella riforma della giustizia

di angelo perrone

Il dibattito sulla riforma della giustizia rimanda ad una dichiarazione di Carlo Nordio:

«Oggi abbiamo una magistratura che è un potere dello Stato che non risponde a nessuno, se non a sé stessa. […] La riforma serve a introdurre meccanismi di controllo e di equilibrio».

Queste parole sono l’enunciazione di una premessa logica che merita un’analisi rigorosa. Se la diagnosi è viziata da una fallacia, la terapia rischia di compromettere la salute dello Stato di diritto.

1.      La trappola della falsa premessa

L’affermazione secondo cui la magistratura sarebbe un “potere irresponsabile” suggerisce la necessità di un intervento esterno per garantire la giustezza del processo. Tuttavia, si omette un dato strutturale: il vero deficit della giustizia italiana non risiede nell’arbitrio dei giudici, ma nella lentezza cronica del sistema. Spostare il problema dall’efficienza (risorse e organici) alla fedeltà (controllo) è un’operazione ideologica. Se il cittadino attende anni per una sentenza civile, la causa non è l’indipendenza del magistrato, ma il collasso delle strutture.

2.      L’equivoco sulle correnti: potere interno vs libertà di giudizio

La riforma individua nel “correntismo” il male assoluto da estirpare. Certamente, le degenerazioni nella gestione degli incarichi direttivi sono un fenomeno da combattere con fermezza, ma esse riguardano il potere burocratico interno. Nordio sembra voler estendere la colpa di queste dinamiche alla funzione giurisdizionale in aula. Non esistono evidenze che il pluralismo ideale delle correnti comprometta la terzietà del giudice nel merito del singolo processo. Confondere il “governo dei magistrati” con il “giudizio dei magistrati” è l’artificio retorico necessario a giustificare il sorteggio.

3.      Il sorteggio e lo squilibrio tra i poteri

Per rispondere all’esigenza di «introdurre meccanismi di equilibrio», la riforma propone il sorteggio per i membri del CSM. Qui il paradosso liberale è evidente: mentre la componente togata verrebbe estratta a sorte (risultando casuale, divisa e tecnicamente indebolita), la componente laica continuerebbe a essere espressione diretta e compatta dei partiti (Il sorteggio avverrebbe tra selezionati). Il risultato non sarebbe un equilibrio, ma una sottomissione di fatto dell’organo di governo autonomo all’influenza della politica.

4.      La separazione delle carriere e l’isolamento del PM

Nordio sostiene la necessità di separare le carriere per garantire un giudice davvero terzo. Tuttavia, l’effetto concreto è l’isolamento del Pubblico Ministero. Senza la comune “cultura della giurisdizione” — che impone anche all’accusa la ricerca della verità a favore dell’imputato — il PM rischia di trasformarsi in un funzionario gerarchizzato. Per non essere “irresponsabile” (secondo il lessico della riforma), egli finirà per rispondere inevitabilmente all’Esecutivo, trasformandosi in quello che potremmo definire un “avvocato della polizia”.

Conclusioni: un controllo che sa di assoggettamento

L’indipendenza della magistratura è la “chiave di volta” della nostra architettura costituzionale. Chiamare “controllo” ciò che nella sostanza è un assoggettamento al potere politico significa minare la fiducia dei cittadini nella neutralità della legge. Una vera riforma liberale dovrebbe potenziare gli strumenti di lavoro della giustizia; scardinarne l’autonomia per renderla meno “scomoda” è, invece, il primo passo verso il tramonto delle garanzie democratiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.