il liberalismo e i nostalgici della totalità perduta – polemica con marcello veneziani

di giovanni perazzoli

Il reazionario è un uomo che ha perduto un mondo mai posseduto. Lo descrive con tale precisione che si capisce subito che non è mai esistito. C’erano ordine, comunità, sacro, destino, Senso in abbondanza per tutti. Mancavano solo i dentisti, gli antibiotici, il suffragio universale, la libertà di stampa e qualche altro dettaglio secondario.

Per un liberale c’è sempre qualcosa di istruttivo nel vedere un intellettuale “di destra” attaccare il liberalismo con argomenti che potrebbero appartenere alla sinistra antiliberale: l’individualismo, il mercato, il relativismo, il nichilismo, la dissoluzione dei legami comunitari, la perdita dei valori — si suppone, immagino, dei propri.

Marcello Veneziani si è chiesto, in un recente articolo: Ma liberali per far cosa? La risposta a questa domanda può essere semplice: basta guardarsi intorno. Il liberalismo ha prodotto l’epoca più libera, più ricca, più mobile, più creativa della storia umana. Non è detto che duri, perché la civiltà è sempre, come scriveva Croce, “un fiore esposto ai venti”.

Veneziani, naturalmente, non è un intellettuale “di destra”, se con destra intendiamo la destra liberale, conservatrice, economica, istituzionale. È piuttosto un buon esempio di intellettuale reazionario: uno di quegli autori per i quali la modernità è, in quanto tale, caduta, sradicamento, perdita di ordine morale. Dovunque guardino vedono il nulla. Da René Guénon a Oswald Spengler, passando per Heidegger — che però conosceva davvero la filosofia — ed Ernst Jünger, questa famiglia spirituale ha prodotto talvolta grandi opere, spesso pagine suggestive, quasi sempre diagnosi funebri. Nel mondo liberale, di cui sono un prodotto e da cui dipendono, questi autori stanno benissimo. Il problema è che il contrario non accade.

Veneziani contesta l’idea che il discrimine decisivo del nostro tempo sia tra liberali e non liberali. Osserva che “liberale” è diventato un marchio di legittimità pubblica, una specie di lasciapassare morale: chi non vi si riconosce viene subito sospettato di essere filorusso, filoiraniano, filopalestinese, antioccidentale, nemico dell’Occidente. Aggiunge che il liberalismo è una famiglia troppo larga per funzionare come criterio assoluto: vi stanno Rawls e Hayek, Popper e Croce, Pannella e Martino, liberal, liberisti, libertari, liberal-socialisti. Infine sostiene che il liberalismo abbia esalato l’ultimo respiro e non disponga più degli strumenti per rispondere alla crisi della nostra civiltà.

Qui il discorso si fa interessante, perché il pensiero reazionario non indossa solo l’abito dei grandi intellettuali antimoderni. È diffuso nell’aria. Fa capolino nella solita traccia da tema scolastico, che ha invitato intere generazioni a riflettere su una qualche sciagura che “al mondo d’oggi…”. Lo studente sapeva che doveva dirne di tutti i colori. È un’inclinazione capillare, polverizzata. Appartiene alla destra e alla sinistra, alle nostalgie nazionali e a certi comunitarismi progressisti, a un certo ecologismo penitenziale e a certe forme di moralismo woke. Spesso non viene neppure riconosciuto come tale. Proprio per questo molti ne assumono il punto di partenza. Solo che non esiste.

Il punto di partenza è la crisi. A forza di parlare di crisi dei valori, crisi dei fondamenti, crisi della democrazia, crisi dell’Occidente — che peraltro declina almeno dai tempi di Spengler — molti hanno finito per credere davvero all’esistenza di una Crisi con la maiuscola: una decomposizione ontologica dell’uomo moderno, prodotta dalla tecnica, dal mercato globale, dall’individualismo, dalla solitudine, dal nichilismo, dalla perdita del sacro, dalla dissoluzione comunitaria. Il liberalismo avrebbe lasciato l’uomo solo davanti al vuoto.

Naturalmente le crisi esistono. Esistono crisi geopolitiche, ecologiche, demografiche, economiche, istituzionali. Ma questo non significa che esista la grande catastrofe metafisica dell’uomo liberale. La crisi reale è una cosa; il romanzo della caduta è un’altra. Le società libere hanno problemi, contraddizioni, ingiustizie, fallimenti. Ma non per questo sono il deserto spirituale raccontato dai loro nemici. Questi ultimi, a ben vedere, fanno tutt’uno tra società libera e crisi. Trasferiscono la propria crisi su un’epoca storica che invece è piena di valori positivi: l’individuo, l’autonomia morale, la fine degli autoritarismi comunitari, la libertà di coscienza, la critica pubblica, la possibilità di sottrarsi ai valori eteronimi che tanto male hanno fatto e continuano a fare in molti paesi orribili, nei quali nessun reazionario occidentale si trasferirebbe mai.

Da Sartre in poi si è capito che il vuoto vende bene. Ma il vuoto non esiste. Veneziani esprime una nostalgia ben nota per una totalità perduta. Da questa nostalgia ricava l’idea che il liberalismo sia in crisi perché non ci immerge in una brodazza comunitaria, calda, densa, totale. E in effetti, se si vuole vivere a mollo nel brodo sacro della comunità organica, il liberalismo è una delusione.

Le critiche contro il liberalismo prendono quasi sempre la forma di un’apocalisse culturale. Il modello liberale non spiega, non consola, non redime, non risponde — nel modo desiderato — alle domande eterne dell’uomo. Dunque sarebbe nichilista. Nella diffusione di questa apocalisse reazionaria, la destra e la sinistra fanno poca differenza. Il liberalismo non solo non offrirebbe la risposta che alcuni vorrebbero per sé e per tutti gli altri, ma sarebbe anche la causa stessa della decadenza: della Frattura, della Caduta, della perdita del Centro.

È una narrativa che conosciamo, e funziona sempre. C’è un prima e c’è un dopo. Prima: la comunità, l’ordine, il sacro, la continuità, la forma, il destino. Dopo: l’individuo, il mercato, la tecnica, il relativismo, l’astrazione, il nichilismo. Cambiano le date, resta identica la macchina narrativa. Ogni reazionario ha la sua catastrofe preferita. Per uno è il 1789, per un altro la tecnica, per un altro il mercato, per un altro l’Occidente, per un altro ancora la perdita del sacro. È una rubrica ben fornita: ognuno può scegliere la propria fine del mondo. Naturalmente la fine del mondo, nei casi migliori, coincide quasi sempre con l’inizio della libertà altrui.

La narrazione reazionaria, di destra o di sinistra, ha una sua forza. Ogni mito che si rispetti si basa sulla perdita dell’origine e sulla corruzione del presente. In ogni mitologia la storia inizia con una cacciata dal paradiso. L’apocalisse culturale non è soltanto una posizione politica: è un’estetica sentimentale della perdita. Il mondo moderno viene descritto come astrazione, sradicamento, frammentazione, perdita di centro.

Ernesto De Martino lo aveva capito bene. Dietro molti miti del ritorno alle origini c’è una crisi della presenza, il terrore di non reggere il mondo storico, e dunque il bisogno di rifugiarsi in una patria anteriore, in un principio, in un Ur-mondo. Tutto deve essere più originario, più puro, più antico. Il vantaggio delle origini è che nessuno le ha mai viste.

Proprio perché il mito funziona, proprio perché la macchina narrativa è potente e suggestiva, la realtà viene persa di vista. E questo è il fatto stupefacente. Basta entrare in una libreria, meglio se francese, per trovare interi scaffali dedicati alla Fine: dell’Occidente, della democrazia, dell’ecosistema, della civiltà, dell’uomo. Il responsabile, in qualche modo, è sempre lui: il liberalismo.

Ma che cosa ci sia fuori dal mondo liberale lo sappiamo, e non funziona. Capisco che sia una tesi fredda. Eppure è così. Il vero intellettuale dovrebbe forse smettere di rappresentarsi come un solitario alpinista dell’antimoderno e accorgersi di essere in ampia compagnia. Anche se le nostre società funzionano come nessun’altra società ha mai funzionato, tra un bicchiere e un’occhiata all’iPhone si troverà sempre più simpatia lamentandosi della fine dei valori che riconoscendo la forza straordinaria della libertà.

Dire che il liberalismo non risponde alle sfide di oggi va bene se si pretende dalla politica una risposta sacerdotale: un senso ultimo, una comunità totale, una morale comune, una forma definitiva dell’umano. Ma questa non è politica. È nostalgia religiosa travestita da diagnosi storica.

Diciamola tutta: il vero nichilista è proprio l’antiliberale. Nichilista è chi pensa che la vita morale esista solo se comandata dall’esterno. Nichilista è chi non crede che l’uomo possa scegliere, giudicare, sbagliare, correggersi, assumersi la responsabilità dei propri fini. Una comunità che esiste solo se sospende la libertà non è una comunità: è una caserma spirituale.

Croce vide con chiarezza che il liberalismo nasce dall’autonomia morale. Anche per questo poté scrivere Perché non possiamo non dirci cristiani: riconosceva nel cristianesimo una rivoluzione interiore, l’affermazione della coscienza come luogo della libertà. Ero un ragazzino quando ascoltai per caso Giovanni Ferrara in televisione rispondere alla domanda “che cosa dà inizio alla modernità?” con un secco: “La Critica della ragion pratica di Kant”.

La libertà, dunque, non è il vuoto. Non è l’anticamera del nulla. È fonte produttrice di valori. Non esiste una moralità che non passi per la libertà della coscienza. Per questo il liberalismo non è un catechismo. Non è un’ideologia ferrea con i suoi dogmi, i suoi santi e i suoi tribunali. Veneziani può elencare Rawls e Hayek, Popper e Croce, Einaudi e Dahrendorf, Pannella e Martino, pensando che questa pluralità sia una debolezza. È vero il contrario. La pluralità è la forza del liberalismo. È l’articolazione di un universo, non la sua dissoluzione.

I cardini del liberalismo, alla fine, sono molto meno misteriosi di quanto credano i suoi critici: libertà di coscienza, libertà di parola, libertà di stampa, libertà religiosa, libertà economica, proprietà privata, pluralismo politico, divisione dei poteri, indipendenza della magistratura, limiti all’arbitrio dello Stato, tutela delle minoranze, diritto dell’opposizione a esistere, garanzie per l’individuo contro il potere.

A quali di questi principi, concretamente, vorrebbero rinunciare i critici del liberalismo? Alla libertà di stampa? All’indipendenza della magistratura? Al diritto dell’opposizione? Alla tutela delle minoranze? Alla libertà religiosa? Quando la domanda diventa concreta, l’antiliberalismo perde gran parte della sua nobiltà letteraria.

Si può essere più sociali o più liberisti, più conservatori o più progressisti, più interventisti o più realisti. Ma la risposta alle crisi moderne resta interna all’orizzonte liberale. Le democrazie liberali sono sopravvissute perché la libertà rende le società più ricche, più mobili, più creative, più capaci di correggere gli errori. Le società liberali sono forti e ricche perché sono libere: non siamo ricchi e dunque liberali, siamo liberali e dunque ricchi. Adam Smith aveva ragione.

La ricchezza della libertà sono la scienza, la tecnologia, l’industria, l’informazione, la critica pubblica, l’adattamento. I regimi chiusi possono apparire forti finché marciano in parata — e ormai spesso neanche più quello. Poi, quando entrano nella storia reale, falliscono. La Russia in Ucraina lo ha mostrato ancora una volta. L’autoritarismo può accumulare armi, propaganda e retorica imperiale, ma fatica a produrre innovazione e responsabilità. Dove la libertà è radicalmente negata, come nell’Iran teocratico, lo Stato non genera una comunità morale: genera repressione, paura, corpi schiacciati, vite sacrificate a un principio sacro che nessuno può discutere. Ecco dove sta il vero nichilismo.

Le critiche al liberalismo, dopo aver proclamato l’apocalisse del Senso, oscillano sempre tra due diagnosi opposte. Da un lato descrivono le società liberali come deserti di solitudine, alienazione, anonimato, tristezza, liquidità. Dall’altro le accusano di essere società edonistiche, consumiste, indebolite dal benessere, dalla comodità, dal piacere, dalla ricerca della felicità privata. Ma le due diagnosi, messe insieme, si rispondono da sole. Le società liberali sarebbero al tempo stesso troppo tristi e troppo piacevoli, troppo fredde e troppo vive, troppo vuote e troppo desiderabili.

La creatività nasce dal conflitto libero delle idee, non dalla loro fusione in una sintesi imposta. La ricchezza nasce dall’iniziativa individuale, dalla concorrenza, dalla possibilità di sbagliare e ricominciare. L’intelligenza sociale nasce dalla critica pubblica, dal dissenso protetto, dalla libertà di dire che il re è nudo. Nessuna di queste cose prospera dove qualcuno custodisce il Senso per tutti.

E allora: liberali per far cosa?

Liberali per custodire l’unico luogo in cui l’umanità diventa davvero se stessa: la libertà della coscienza, della parola, dell’errore, della creazione, della vita.

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