DA GAZA AL CASO FLOTILLA: L’ ITALIA E L’ EUROPA SOSTENGANO LA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE DI FRONTE ALLE LINEE ROSSE DELLA DIGNITÀ UMANA

di maurizio delli santi *

Tra diritto umanitario violato, radicalizzazione e nuove fratture nel conflitto mediorientale, si impone per l’Italia e l’ Europa una risposta giuridica e politica non più rinviabile, che riaffermi i principi del diritto e della giustizia internazionale.

Sulla vicenda del caso Flotilla occorre essere chiari e sgomberare il campo dagli equivoci. Ci può essere che nell’ambito di quell’area di protesta si siano evidenziati elementi dell’antagonismo globale, i cui atteggiamenti provocatori praticati per altre cause possono essere ritenuti discutibili. Tuttavia nel caso in esame occorre riconoscere la prevalente partecipazione di organizzazioni neutrali e di giovani realmente sostenitori dei diritti civili e delle finalità umanitarie per sensibilizzare l’opinione pubblica e portare soccorso alle indicibili sofferenze della popolazione civile di Gaza. Beninteso, nessuno può dimenticare il massacro del 7 ottobre 2023 compiuto dai terroristi di Hamas, con oltre 1.200 vittime israeliane e decine di ostaggi trascinati in una spirale di violenza che ha segnato una ferita profonda nella coscienza collettiva. E tuttavia il ricordo di quella barbarie non può essere disgiunto dal dramma senza fine delle 73mila morti e delle  devastazioni inflitte alla popolazione civile palestinese dalle operazioni israeliane condotte in violazione del diritto internazionale dei conflitti armati. Per questo è stata giusta la prospettiva anticipatrice della Corte penale internazionale, quando – già nel maggio del 2024 – emise le prime imputazioni per i leader israeliani Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant oltre che per i capi di  Hamas Yahya Sinwar, Ibrahim Al-Masri e Ismail Haniyeh. Hamas e Israele erano stati già ampiamente avvertiti delle conseguenze delle loro azioni quando il procuratore Khan già il 29 ottobre 2023 si era recato al valico di frontiera di Rafah in Egitto, senza riuscire ad entrare a Gaza, e aveva lanciato il monito:  per Hamas la Corte avrebbe individuato i “responsabili dell’organizzazione e dell’ attuazione delle atrocità del 7 ottobre”, ma a Israele aveva ricordato che “ha un esercito professionale, giuristi militari e un sistema basato sul rispetto del diritto internazionale umanitario”, per cui sarebbe stato chiamato a dimostrare che “qualsiasi attacco” fosse stato condotto “in conformità con le leggi e le consuetudini dei conflitti armati”, a cominciare dalla “corretta applicazione dei principi di distinzione, precauzione e proporzionalità”, e dal divieto di “affamare le popolazioni”. Eppure quell’avvertimento non solo è rimasto inascoltato, ma anche criticato fino a porre in discussione i principi dello ‘Statuto di Roma’ approvato da 124 nazioni e sostenuto nelle origini- siamo nel 1998 – dall’intera Europa e soprattutto da un’Italia all’epoca lungimirante.

Veniamo allora al caso Flotilla. Sono più che appropriate le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: non si può rimanere indifferenti di fronte a «Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». Le immagini di uomini e donne inginocchiati, con le mani legate, il volto verso il suolo mentre la voce ‘istituzionale’ di un ministro di Israele che li deride davanti alle telecamere rappresentano solo un altro punto di frizione inaccettabile. Si sono attraversate tutte le linee rosse del diritto e, ancor prima, tutti i principi di umanità che il mondo si è dato dopo le grandi catastrofi del Novecento, dalla Convenzione di Ginevra alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ancora una volta siamo di fronte alla ‘banalità del male’ di Hannah Arendt: come le pratiche naziste contro gli ebrei, ritorna la normalizzazione della violenza e della degradazione dell’altro.

La Global Sumud Flotilla, composta da centinaia di attivisti provenienti da decine di Paesi, fra cui molti italiani, è stata intercettata da forze israeliane in acque internazionali mentre si dirigeva verso Gaza con finalità dichiaratamente umanitarie. Le autorità israeliane hanno sostenuto la legittimità dell’operazione in base al blocco navale della Striscia, qualificando le imbarcazioni come “provocatorie” e i partecipanti come sostenitori di Hamas. Gli attivisti e numerosi governi, al contrario, hanno contestato la legalità dell’intervento, soprattutto nella sua estensione extraterritoriale e nelle modalità del fermo. In linea generale, il diritto internazionale del mare – codificato nella Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) – tutela la libertà di navigazione in acque internazionali e limita fortemente l’uso della forza contro navi civili. L’intercettazione di imbarcazioni in alto mare è ammessa solo in circostanze eccezionali e rigidamente tipizzate, come la pirateria, il traffico di migranti e di stupefacenti. In ogni caso le missioni umanitarie neutrali devono essere tutelate dagli Stati in forza del diritto internazionale umanitario, in particolare delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dei Protocolli aggiuntivi del 1977. Israele rivendica invece la legittimità dell’intervento in quanto misura di sicurezza in un contesto di conflitto armato con Hamas. È qui che si apre la faglia di frattura del diritto più contestata: la proporzionalità, la necessità e la compatibilità del blocco con il diritto umanitario internazionale. Il nodo riguarda soprattutto le modalità violente dell’intervento  e il trattamento delle persone fermate. Sarebbe stata legittima – al limite – una ‘intimazione’ e una attività di ‘ombreggiamento’ delle imbarcazioni per scortarle a un porto vicino, per successive verifiche, ma non l’incursione armata a bordo. Le immagini e le testimonianze raccolte dalle ONG hanno inoltre evidenziato le condizioni degradanti, le restrizioni fisiche, l’umiliazione e l’ uso di forza in forme di detenzione collettiva, assolutamente non consentite nel caso di persone disarmate e inoffensive, con dichiarati fini umanitari.  L ’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra – norma di ius cogens, riferita alle situazioni di conflitto armato, e a maggior ragione in situazioni di ‘pace’ – impone “in ogni circostanza” il rispetto della persona umana, vietando in modo assoluto “le violenze contro la vita e l’integrità fisica”, nonché “gli oltraggi alla dignità personale, in particolare i trattamenti umilianti e degradanti”. Israele peraltro aderisce al Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), in cui si stabilisce all’articolo 7 che nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, anche in situazioni di emergenza o conflitto. Così  la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), anch’essa ratificata da Israele, impone agli Stati obblighi positivi di prevenzione, indagine e repressione di ogni atto riconducibile a trattamenti crudeli, inumani o degradanti inferti sotto controllo di autorità pubbliche. Sono fatti gravi, che chiamano in causa norme fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: il divieto di trattamenti inumani e degradanti, il diritto a un giusto processo, la tutela della dignità personale in ogni condizione di detenzione.

Il punto decisivo, tuttavia, per l’Italia e l’Europa non deve essere ora la sola indignazione o una mera condanna “politica”: a Israele va contestata formalmente la “responsabilità giuridica internazionale” dei fatti, che va rimarcata in tutte le sedi, dall’Onu per l’adozione di sanzioni immediate e di Risoluzioni vincolanti per l’accesso agli aiuti umanitari, fino alle Corti internazionali anche con riferimento alle responsabilità penali individuali del ministro Ben-Gvir , senza porre discussioni di procedibilità perché qui si tratta di norme universali. Il conflitto a Gaza è già oggetto di procedimenti davanti alla Corte internazionale di giustizia, nell’ambito della procedura avviata dal Sudafrica contro Israele per violazioni della Convenzione sul genocidio. Anche la Corte penale internazionale ha aperto procedimenti relativi a i crimini di guerra e crimini contro l’umanità: è  in questo quadro che ogni episodio che coinvolge civili, aiuti umanitari o blocchi navali non deve rimanere isolato, e deve entrare in una trama giuridica già sotto esame.

Se si mantiene una linea rigorosa e coerente su questo percorso, si dà una risposta politica all’altezza della gravità del momento. Israele deve essere posto stavolta di fronte non solo a dichiarazioni rituali di condanna, ma alla fine compiuta di qualsiasi consenso internazionale per i suoi arbitrii nella deterrenza militare, che ha superato ogni limite del diritto e della dignità umana. Questo è la risposta da dare alla vicenda della Flotilla: la ‘linea rossa’ di un ministro che infierisce su donne e uomini pacifici ridotti a prigionieri umiliati davanti alle telecamere, in realtà, deve necessariamente richiamare quella già ampiamente superata dei 73mila morti di Gaza. E  in questo quadro, non si può separare ciò che l’Israele di Netanyahu e gli Usa di Trump stanno compiendo su tutto l’intero arco del Medio Oriente: Gaza, il Libano, e l’irragionevole conflitto scatenato contro l’Iran non sono episodi distinti, ma tasselli di un unico disegno egemonico e distruttivo che sta solo portando altre morti, distruzioni e caos nel disordine internazionale. È di fronte a questo deve ora misurarsi con fermezza la responsabilità politica dell’Europa e dell’Italia, come ora viene sollecitato anche dalla ‘società civile’, e dalla gente comune. Occorre agire non solo per reazione all’ultimo evento mediatico, ma per la costruzione di un progetto coerente guardando al “Resto del Mondo”, e al Global South in particolare: insieme ad essi l’Europa deve ritrovare la forza di riaffermare  il diritto internazionale, la tutela effettiva delle popolazioni civili, il rispetto della dignità dell’uomo, e, non ultima, l’imposizione definitiva della pace. Ne va del futuro dell’umanità, che non può più pagare le conseguenze di scelte irresponsabili dei nuovi ‘signori della guerra’, che anzi è bene chiamare nell’appellativo che si meritano: sono ‘criminali di guerra’, da portare quanto prima davanti a un nuovo processo di Norimberga.

*membro dell’International Law Association

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