SOLO L’ORDINE INTERNAZIONALE “LIBERALE” PUÒ SALVARE L’UMANITÀ

di maurizio delli santi *

Il caos che si sta scatenando con la nuova guerra del Golfo – con il rischio concreto di una ancora più pericolosa escalation – è la risposta a quanti fosse balenata, anche solo lontanamente, l’idea che la pace finalmente sarebbe arrivata con il nuovo ordine imperiale imposto da Donald Trump, e dal suo impresentabile “Board of Peace” di affaristi. Ciò che ora deve essere valutato responsabilmente riguarda le scelte da compiersi in questo salto radicale di prospettiva: dalla diplomazia si è passati a uno scenario di guerra senza prospettive strategiche, e con la sola certezza di aver compromesso la sicurezza globale. Il tema centrale è dunque la progressiva erosione delle regole che governano le relazioni internazionali, e questo avviene dopo la guerra di aggressione condotta dalla Federazione russa contro l’Ucraina, ora anche da parte degli Stati Uniti, che pure in passato avevano promosso libertà e democrazia dopo i genocidi e le guerre del nazismo e del fascismo, e nel 1945 la Carta delle Nazioni Unite.

Su questa prospettiva è scesa in campo la più autorevole associazione di giuristi di diritto internazionale: la American Society of International Law (ASIL) ha condannato in modo inequivocabile l’uso della forza militare da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Alla fine di aprile l’ASIL riunirà l’assemblea dei suoi membri in occasione del 120º anniversario della sua fondazione, avvenuta nel 1906, concentrandosi su un tema di grande rilevanza: “Promuovere e difendere lo Stato di diritto”. La linea è già indicata nel documento di presentazione: lo Stato di diritto è un concetto fondamentale e un presupposto per un ordine mondiale giusto, per cui i giuristi saranno chiamati a dare una risposta su come lo Stato di diritto possa oggi essere realmente definito, attuato e protetto.

Intanto, consapevoli di potere incorrere nelle ritorsioni di un ennesimo executive order del presidente Maga, la presidenza dell’ASIL ha reso pubblica una Dichiarazione ufficiale che denuncia l’uso della forza militare da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran indicandola chiaramente “contraria alle basi giuridiche che governano le relazioni internazionali”. Il loro giudizio è fermo e inequivocabile: “L’Amministrazione Trump ha ancora una volta dimostrato il proprio disprezzo per il diritto internazionale violando il divieto contenuto nella Carta delle Nazioni Unite sull’uso della forza, lanciando un attacco militare non provocato questa volta contro l’Iran, meno di due mesi dopo l’attacco militare non provocato contro il Venezuela.”

Il riferimento è dunque all’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, secondo cui nessuno Stato può usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato salvo in casi eccezionali di legittima difesa o quando autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il documento individua anche una grave violazione del diritto interno statunitense: la legge degli Stati Uniti richiede la consultazione con i membri del Congresso prima di coinvolgere le forze armate americane in atti di guerra o interventi militari come quelli attualmente in corso in Iran.

L’analisi dei giuristi si concentra poi su un punto cruciale: il Presidente non ha fornito alcuna prova di un “attacco imminente” da parte dell’Iran. Di conseguenza non esiste alcuna base giuridica internazionale per un preemptive strike, un “attacco preventivo”. Aggiungono anche un argomento difficile da confutare: dato che sono state impiegate molte settimane per preparare la guerra, non vi è alcuna giustificazione per non aver richiesto il previsto consenso del Congresso e per non aver avviato una discussione alle Nazioni Unite volta a ottenere un mandato.

La dichiarazione evidenzia anche le drammatiche condizioni che colpiscono la regione e il popolo iraniano, affermando che le legittime aspirazioni per la libertà e la democrazia. non possono essere realizzate attraverso violazioni del diritto internazionale: se si accetta l’idea che la forza possa sostituire i processi giuridici e diplomatici, il risultato sarà un mondo sempre più caotico e violento, dove il diritto diventa arbitrio e a prevalere è la legge del più forte.

Per i giuristi restano dunque validi i principi fondamentali del diritto internazionale richiamati dalla Carta delle Nazioni Unite: tutela dei diritti umani, rispetto della sovranità, divieto dell’uso della forza e soluzione negoziata delle controversie internazionali. La Carta dell’Onu – adottata in risposta agli orrori della Seconda guerra mondiale – ha inaugurato un’epoca senza precedenti di pace e prosperità. Sebbene la sua promessa non sia sempre stata pienamente realizzata, il diritto internazionale rimane essenziale: è il solo strumento concreto che consenta ai popoli di tutto il mondo di lavorare insieme e, soprattutto, di mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Da qui la raccomandazione finale per fermare l’escalation: tutte le parti coinvolte sono invitate a rispettare il diritto internazionale umanitario (le norme che impongono la protezione dei civili e l’uso proporzionato della forza) nonché l’ordine giuridico internazionale che fornisce un quadro chiaro e condiviso per la risoluzione pacifica delle controversie tra Stati sovrani. Moderazione, dialogo e negoziato devono diventare priorità urgenti per evitare che la situazione arrechi danni irreparabili al sistema multilaterale degenerando in un conflitto ancora più ampio, con conseguenze devastanti per milioni di persone.

La posizione assunta dall’Asil potrebbe portare a sviluppi davanti al Congresso e se verranno avviati procedimenti davanti ai tribunali statunitensi. Considerando quanto è già accaduto nelle controversie sui dazi, la vicenda potrebbe non restare senza conseguenze. L’iniziativa è significativa anche per un altro profilo: è riconducibile a una associazione largamente rappresentativa non solo del mondo accademico, ma anche del vasto mondo di studi legali di avvocati d’impresa e di associazioni per i diritti civili che possono avere un peso non irrilevante nelle prossime elezioni di midterm temute da Trump.

In ogni caso, la dichiarazione dell’ASIL costituisce anche un monito per l’Europa.. Si pone infatti la questione delle responsabilità del vecchio continente di fronte a questa guerra in cui è già coinvolto. Intanto farebbe bene a riportare al centro della discussione ciò che attualmente appare secondario: il destino del popolo iraniano. Per questa ragione la diplomazia europea deve essere assertiva nel promuovere immediatamente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una Risoluzione incentrata su tre punti: 1) imporre il cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte, nominando al contempo un gruppo qualificato di negoziatori capace di guidare un processo di de-escalation; 2) sulla minaccia nucleare, prevedere una sollecita verifica ispettiva da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), cui affidare anche ogni ulteriore iniziativa di imparziale mediazione per ottenere il disimpegno iraniano da ogni programma di avanzamento; 3) riguardo alla repressione interna in Iran, definire un programma di intervento che coinvolga osservatori indipendenti del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite volto a riaffermare standard universali dei diritti fondamentali, da garantire al di là di ogni credo religioso.

Questo è il compito dell’Europa: agire come garante della convivenza pacifica riattualizzando il sistema delle Nazioni Unite. I suoi meccanismi andranno riformati, come il potere di veto e la stessa configurazione del Consiglio di Sicurezza, ma i suoi principi fondativi devono essere fermamente ribaditi. E all’interno di questo progetto – se Stati Uniti e Russia arretrano – occorre guardare al “Resto del mondo”, inclusi Paesi come Cina, India e gli Stati del Sud globale, che non hanno alcun interesse a essere travolti dall’egemonia di nuovi imperi.

La dichiarazione dei giuristi rappresenta dunque un monito non solo per la responsabilità politica e giuridica dei governi, ma anche per la responsabilità morale della società civile. Nei media, e tra coloro che commentano abitualmente i tragici eventi di questi tempi di guerra, sarebbe opportuno un cambio di paradigma: occorre mettere da parte il facile linguaggio della geopolitica, che offre solo soddisfazione o rassegnazione alle potenze più forti, e tornare invece a parlare il linguaggio del diritto internazionale, l’unica prospettiva reale capace di restituire speranza e fiducia per il futuro dell’umanità.

* membro della International Law Association

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