di enzo marzo
Non siamo soliti parlare di Salvini. Anche perché “Critica” non ha esperti sulle chiacchiere di osterie di paese. Per anni ci bastava ridere sommessamente alle salvinate, non prendendole sul serio, poi ci hanno annoiato perché il personaggio è diventato il prototipo molto imitato, e perfino superato, dell’invasiva stupidità italiana. Ai tempi del Papeete ci fece persino pena, come per un qualunque ragazzino brufoloso che non regge l’alcool e gode nel tagliuzzarsi le braccia. Per la verità, assistemmo al suo masochismo politico con una certa soddisfazione, come a una vincita inaspettata al gratta-e-vinci. Ora, dopo il tragico evento di Modena, quando, chissà, forse un fuori di testa si è lasciato andare a una tentata strage, Salvini con la puntualità di un orologio svizzero non ha potuto non espettorare il suo peggiore razzismo. Da qui la successiva slavina degli umori più acidi della “pancia” della folla italica. Senza aspettare indagini e ricerche. Il responsabile del disastro delle ferrovie italiane ha dato inizio alla polemica sulla revoca della cittadinanza, come se non bastasse il codice penale a fare giustizia.
Alt. Sul “Foglio” del 19 maggio fa molto pensare una considerazione salviniana del Capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, in appoggio alla tesi sparata dal suo capo sulla revoca della cittadinanza italiana all’immigrato di seconda generazione: “chi non dimostri di aderire ai nostri valori non merita la cittadinanza. (…) Sappiamo che arrivano, che diamo loro assistenza. Sappiamo che studiano e lavorano grazie a noi. A questo punto, però, anziché manifestare gratitudine, alcuni di loro cosa fanno? Compiono atti criminali e mostrano odio nei confronti del nostro paese. (…) La cittadinanza non è una banale pratica burocratica come pensano i buonisti. È adesione ai valori”. Forse non ha tutti i torti: mi colpiscono le parole “gratitudine” e “valori”. Io aggiungerei anche la parola “coerenza”. Il cittadino o è “buono” nei confronti di chi gli dà la cittadinanza o non lo è. Ma ogni cittadino.
Lo Stato dà assistenza, studio, spesso lavoro, a tutti i cittadini, che dovrebbero essere grati. Ma non solo agli immigrati, di una o più generazioni, ma anche agli italiani da sempre. Vi sono reati che si riferiscono al rapporto tra persone, altri al rapporto con lo Stato e la pubblica amministrazione. In quest’ultimo caso, l’Italiano dovrebbe “manifestare gratitudine” esattamente come un immigrato. Come? Non evadendo le tasse anche se approfitta della sanità pubblica; non scroccando, se è un vigile urbano, il caffè al bar della sua zona; e su su fino al peculato, alla corruzione, alla concussione, all’abuso d’ufficio. In modica o smodata quantità che sia. O no?
Allora il presidente dei senatori leghisti Massimiliano Romeo, se è convinto della sua tesi dovrebbe presentare una proposta di legge che allarghi i casi di revoca della cittadinanza, e quindi dell’elettorato attivo e passivo, anche per gli italiani “ingrati” che violano o abbiano violato un comportamento corretto nei confronti dello Stato. Tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, faccia revocare la cittadinanza italiana a Massimiliano Romeo, capo dei senatori leghisti, “condannato a 1 anno 8 mesi in primo grado dal tribunale di Milano per peculato nell’inchiesta delle “spese pazze” in Lombardia. Il 13 luglio 2021 la pronuncia è stata confermata dalla Corte d’appello di Milano, con sospensione condizionale della pena e non menzione nel casellario giudiziale. [La Stampa, 02-11-2022]. Per non citare gli altri 11 parlamentari “ingrati” della “Lega per Salvini”. E ovviamente non si può non riferire della “sentenza del Tribunale di Genova, confermata in Appello e Cassazione per gli effetti civili, ove c’è scritto che la truffa [più nota] della Lega ha provocato un danno patrimoniale ai danni del Parlamento ben superiore: al netto dei 49 milioni, all’appello mancherebbero altri 11,4 milioni, di cui 992 mila già esigibili. Camera e Senato, che si sono costituiti parte civile nel processo, hanno rispettivamente chiesto un risarcimento da 22,6 e 37,8 milioni: e sommati fanno 60,4 milioni. [L’Espresso, 01-12-2023]. Il colmo dell’ingratitudine.
E non citiamo le vicende giudiziarie dei parlamentari o uomini pubblici di tutti gli altri partiti, che hanno studiato o si sono curati a sbafo dello Stato e lo hanno ricompensato con i loro crimini.
Quindi dobbiamo ammettere che Salvini avrebbe ragione quando gli fanno notare che una legge sulla revoca della cittadinanza c’è già, “ma – aggiunge – solo per fatti di terrorismo, io voglio estenderla a chi uccide, stupra, spaccia”. Però questi sono delitti che trovano già una loro sanzione nel codice penale e non c’è la necessità di stabilire una “pena” aggiuntiva che violerebbe il principio di uguaglianza tra cittadini. Aggiungiamo, invece, i reati di ingratitudine verso lo Stato per revocare la cittadinanza ai cittadini vecchi e nuovi. Facciamo contento Romeo.