RAGION FATTASI

di valerio pocar

Che un cittadino finisca in carcere, anche quando appare giusto, provoca sempre una certa tristezza, vuoi perché segnala che qualcosa è andato storto, con danni e vittime, vuoi perché il carcere, in questo Paese – forse più o meno dappertutto – costituisce spesso un trattamento talora disumano (come ammettono anche i “butta la chiave” quando ne fanno esperienza e come confermano i troppo numerosi suicidi), vuoi perché non sempre esplica la funzione risocializzante che dalla Carta gli viene assegnata. Non per nulla da anni sosteniamo che la pena della privazione libertà, lungi dal costituire la pena più consueta, dovrebbe limitarsi ai casi di grave pericolosità sociale.

Quanto abbiano detto non significa naturalmente accettare assoluzioni a furor di popolo – o meglio di populismo – di soggetti colpevoli di reati magari molto gravi, magari accertati e valutati da tre gradi di giudizio, nei quali l’imputato abbia goduto di tutte le garanzie processuali. E appare bizzarro che si pretenda la sospensione dell’esecuzione della pena perché è stata presentata domanda di grazia, quasi che la sua concessione sia un atto dovuto e lo sia in considerazione dell’età, magari nient’affatto decrepita, del condannato oppure perché è stata concessa a tal altro/a. La critica delle sentenze è libera ed è ben comprensibile che coloro che ne sono danneggiati esprimano la loro costernazione. Tuttavia, le sentenze si rispettano e appare opportuno che, magari. siano lette prima che criticate.

Nel merito di un caso recente, si raccomanda inoltre la lettura serena dell’art. 52 del codice penale, magari soffermandosi sui concetti di “necessità”, di “arma legittimamente detenuta” e di “desistenza” per approfondire il concetto di “proporzionalità”. Se questi concetti non si applicassero al caso potremmo parlare, non di difesa legittima. ma piuttosto di vendetta. Potrebbe considerarsi un caso estremo di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 392 e 393 del codice penale). Quando avevamo il compito d’insegnare qualcosa, facevamo notare ai discenti che questo reato, giustamente considerato bagatellare, dal punto di vista teorico e ideale è uno dei più gravi, giacché “farsi giustizia da sé” può concretarsi sì in piccoli fatti (come spostare nottetempo i paletti di confine), ma presuppone il disconoscimento della funzione, propria dello Stato, di uso legittimo e regolato – ribadiamo, legittimo e regolato – della forza. Insomma, nel rifiuto del diritto. Mica poco.

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