DALLA CHIESA E LA FORZA DELLO STATO LIBERALE

di maurizio delli santi

 A quarant’anni dalla strage di via Carini, la lezione di Dalla Chiesa interroga su quale idea dello Stato, della sicurezza, della legalità e della democrazia si vuole attuare di fronte alle mafie che cambiano volto, alle nuove forme della criminalità,  ma anche alle tentazioni di una politica che vuol fare della  sicurezza solo propaganda, o, peggio, una condizione separata dalla Costituzione.

Il 3 settembre 1982 Palermo fu colpita al cuore. In via Isidoro Carini, Cosa nostra assassinò il prefetto e generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta della Polizia di Stato Domenico Russo. Il giorno dopo, sul luogo dell’eccidio, comparve un cartello anonimo destinato a rimanere nella memoria civile della città: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». L’allora  arcivescovo della città, il cardinale Salvatore Pappalardo, durante i funerali pronunciò nella basilica di San Domenico parole forti: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur:  mentre a Roma si pensa sul da fare, Sagunto viene espugnata. E questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo». Era stato colpito l’uomo-simbolo che lo Stato aveva mandato a Palermo perché conosceva la natura del potere criminale,  e perché aveva già dimostrato nella lotta al terrorismo di saper colpire a fondo,  con metodi nuovi. L’eccidio fu una delle più drammatiche manifestazioni – dovevano seguire nel 1992 le uccisioni di Falcone e Borsellino –  della sfida che Cosa nostra portava direttamente alle Istituzioni e, insieme, il punto di arrivo di una vita spesa nella difesa della Repubblica.

Per dare un senso al sacrificio di Dalla Chiesa bisogna però tornare a un altro settembre, quello del 1943. Aveva ventitré anni e da pochi mesi si era laureato in Giurisprudenza a Bari con una tesi in diritto penale con  un  giovane docente, Aldo Moro. L’8 settembre lo trovò comandante della Tenenza dei Carabinieri di San Benedetto del Tronto, nel pieno dello sbandamento dell’armistizio e dell’occupazione tedesca. Il giovane ufficiale dovette compiere una scelta destinata a segnare la sua biografia: non collaborare con gli occupanti e non partecipare alla repressione contro i partigiani. Entrò così in contatto con la Resistenza marchigiana, assumendo il nome di battaglia “Vecchio” e partecipando alle attività clandestine e ai collegamenti con gli Alleati. Per quella esperienza gli sarebbe stato riconosciuto il titolo di Volontario della Guerra di Liberazione. È un episodio che illumina, fin dall’inizio, il significato che Dalla Chiesa avrebbe attribuito al servizio per le Istituzioni, non per esercitare una  forza senza limiti, ma con la responsabilità verso le persone e verso l’ idea dello Stato di diritto: è  già qui la chiave della sua biografia, l’autorità non come potere separato, ma come strumento di tutela della libertà, della legalità e delle istituzioni.

Nel 1949 entrò volontariamente nel Corpo Forze Repressione Banditismo e fu destinato a Corleone: fu lì che maturò un metodo investigativo fondato sulla conoscenza degli uomini, delle relazioni e degli interessi che sostenevano la criminalità organizzata. Tornato in Sicilia nel 1966, come comandante della Legione Carabinieri di Palermo, sviluppò quel metodo arrivando a rappresentare la mafia come una rete organizzata e non come una semplice somma di delitti: è qui che riscosse fiducia dai politici, presentando alla Commissioni antimafia le prime ‘mappe criminali’ di Cosa Nostra. Negli anni Settanta trasferì questa esperienza nella lotta alle Brigate Rosse, costruendo strutture investigative specializzate e puntando sulla condivisione delle informazioni e sulla ricostruzione delle reti dell’organizzazione terroristica. Quando tornò a Palermo nel 1982, portava dunque con sé una convinzione maturata in decenni di servizio: contro un potere criminale organizzato non basta inseguire i singoli reati, occorre conoscerne la struttura, seguirne le relazioni e colpirne i meccanismi di potere.

Furono il ministro dell’Interno Virginio Rognoni e il governo di Giovanni Spadolini a volerlo a Palermo, confidando nell’esperienza maturata nella lotta al terrorismo. Ma proprio qui emerse la contraddizione destinata a segnare i suoi ultimi cento giorni: a Dalla Chiesa veniva affidato il compito di coordinare la risposta dello Stato alla mafia, senza che gli fossero assicurati con la necessaria tempestività i poteri e gli strumenti promessi. Chiedeva ciò che aveva sperimentato contro le Brigate Rosse: informazioni condivise, coordinamento, collaborazione tra gli apparati.

La scelta di mandare Dalla Chiesa a Palermo era nata dalla fiducia del ministro dell’Interno Virginio Rognoni e del governo di Giovanni Spadolini nella sua esperienza contro il terrorismo. Ma il problema fu trasformare quella scelta politica in un effettivo coordinamento degli apparati.  Nei mesi successivi, però, proprio il coordinamento delle informazioni rimase al centro di contrasti e resistenze. Mentre Rognoni dichiarava che al prefetto spettava il coordinamento dell’intelligence sulla mafia, dagli apparati arrivavano posizioni diverse e aperte resistenze. La sua crescente solitudine fu il segno della difficoltà delle istituzioni nel fare sistema. Quando Dalla Chiesa denunciò la presenza di una forte organizzazione mafiosa a Catania, il prefetto della città sostenne che «la mafia non esiste». Quel prefetto, insieme al questore, aveva anche partecipato all’inaugurazione di una concessionaria riconducibile a Nitto Santapaola.  Dalla Chiesa si trovò così a dover combattere Cosa nostra senza disporre pienamente di quel sistema unitario di informazioni e collaborazione che considerava indispensabile. La vicenda di Catania rendeva evidente un’altra difficoltà: riconoscere la mafia quando non si presenta con il volto dell’assassino, ma attraverso relazioni economiche, ambienti imprenditoriali, rapporti sociali e circuiti di rispettabilità. Dalla Chiesa aveva compreso che il potere mafioso diventava più pericoloso proprio quando riusciva a confondersi con la normalità. Il problema, quindi, non era soltanto vedere la violenza, ma riconoscere ciò che stava dietro la violenza.

È forse questa la parte della sua lezione che più direttamente parla al presente. Le mafie non sono rimaste quelle delle stragi. Dopo quella stagione hanno continuato a trasformarsi, cercando sempre più spesso di operare lontano dai riflettori, attraverso l’economia, i capitali, le relazioni e la capacità di infiltrazione. Il recente volume di Maurizio de Lucia e Salvo Palazzolo, La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi, descrive proprio questa metamorfosi: Cosa nostra non è scomparsa, ma ha modificato strumenti e modalità operative, guardando anche alle criptovalute, al dark web e alle comunicazioni criptate, mentre il traffico di droga continua a rappresentare una fonte essenziale di ricchezza. 

La conseguenza è importante anche per il modo in cui concepiamo la sicurezza. Se la minaccia più pericolosa è quella che non si vede immediatamente, allora una politica della sicurezza affidata soprattutto alla visibilità della forza rischia di concentrarsi sul fenomeno più esposto invece che su quello più insidioso. La sicurezza seria richiede invece investigazione, intelligence, conoscenza dei territori, controllo dei patrimoni, contrasto alla corruzione e capacità di seguire le relazioni attraverso le quali il crimine organizzato entra nell’economia legale.

È qui che il tema della mafia incontra quello delle politiche securitarie contemporanee. La domanda di sicurezza dei cittadini è autentica e legittima. In una società libera non può essere ignorata, e sarebbe altrettanto sbagliato considerare ogni richiesta di maggiore sicurezza come una forma di paura irrazionale. La sicurezza delle persone, dei loro beni e dei loro diritti è una responsabilità fondamentale dello Stato. Ma proprio per questo la sicurezza non può essere trasformata in propaganda politica.

Dalla Chiesa attraversò alcune delle stagioni più difficili della Repubblica: dalla guerra di Liberazione alla lotta al separatismo e al banditismo, dalla conoscenza diretta di Cosa nostra alla risposta dello Stato al terrorismo, fino agli ultimi cento giorni a Palermo. Il tratto che unisce queste stagioni è unico: la convinzione che l’autorità pubblica abbia senso quando è esercitata nell’interesse della Repubblica e sotto il vincolo delle sue regole. La sua esperienza suggerisce che lo Stato è forte quando sa individuare con precisione il nemico, raccogliere informazioni, coordinare i propri apparati, colpire le organizzazioni criminali e i loro patrimoni e, nello stesso tempo, mantenere fermo il confine tra repressione del crimine e compressione delle libertà.

A quarant’anni dalla strage di via Carini, la lezione di Dalla Chiesa interroga allora su quale idea dello Stato, della sicurezza, della legalità e della democrazia si vuole attuare di fronte alle mafie che cambiano volto, alle nuove forme della criminalità,  ma anche alle tentazioni di una politica che vuol fare della  sicurezza solo propaganda, o, peggio, una condizione separata dalla Costituzione.

La sicurezza non è una parola d’ordine da agitare contro qualcuno, né un terreno sul quale fare propaganda politica. È una funzione essenziale dello Stato, che deve essere esercitata nell’interesse di tutti e non trasformata in uno strumento di contrapposizione permanente tra cittadini e gruppi politici o sociali.  Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino appartengono a all’idea di un potere non svincolato dai propri limiti, e di uno Stato che trova nella legge la propria forza e nella Costituzione il proprio confine. È per questo che la loro eredità rimane incompatibile con qualsiasi uso propagandistico della sicurezza. La loro lezione chiede alle Istituzioni di essere forti nel combattere i poteri criminali ma anche ‘liberali’ nel  non diventare, nella lotta contro di essi, ciò che la Repubblica democratica ha scelto di non essere.  Uno Stato capace di proteggere senza intimidire, di reprimere senza confondere, di prevenire senza sorvegliare indistintamente, di esercitare la forza senza dimenticare perché e per chi quella forza gli è stata affidata. È in questo equilibrio che sicurezza, legalità, libertà e democrazia possono continuare a stare insieme: sono questi i tratti dello Stato liberale e democratico che è necessario preservare.

 

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