di angelo perrone
Nei ricordi di chi è già adulto, era il trillo della campanella a scandire obblighi e ritmi: segnale odioso all’inizio della giornata, liberatorio al termine di spiegazioni aride. Oggi si cerca di superare quella rigidità, trasformando il rientro in un momento simbolico. Eppure, la scuola italiana resta appesantita da nodi irrisolti: precarietà, retribuzioni modeste, incertezza strutturale. Una distanza tra istituzione e società che rischia di alimentare un senso di estraneità e smarrimento.
Laddove si mette al centro l’accoglienza, la scuola rivela la sua vera natura: una comunità in cui il primo atto educativo è la cura della persona e delle relazioni. Non mancano esperienze emblematiche, dove per esempio la riprogettazione degli spazi — tra grafiche narrative, aree relax e tecnologia — ha dimostrato come l’ambiente incida sul benessere e sull’apprendimento. Tuttavia, simili pratiche restano spesso eccezioni affidate alla buona volontà dei singoli, mentre tra i banchi continua a serpeggiare un disagio profondo.
Le critiche dei giovani denunciano una deriva precisa: la scuola rischia di trasformarsi in un luogo orientato esclusivamente alla prestazione, al risultato e al successo individuale, smarrendo la dimensione dell’accompagnamento. Viene così meno la funzione di una cultura vissuta come domanda aperta sul mondo. Occorre invece superare l’errata antinomia tra istruzione ed educazione: la cognizione culturale è lo strumento essenziale per la formazione della personalità.
La sfida prioritaria sta nel riaffermare la funzione maieutica dell’insegnamento, facendosi carico della complessità della condizione giovanile: bisogni emotivi, istanze intellettuali e domande di senso sul futuro. Consentire ai ragazzi di allargare gli orizzonti significa offrire loro gli strumenti per affrontare anche il fallimento come momento di crescita. Come ricordava Platone, «la mente non si apre se prima non si è aperto il cuore».
Il sapere scolastico è vivo solo quando contribuisce allo sviluppo del pensiero critico e della coscienza sociale. In una visione autenticamente liberale, la rivitalizzazione della scuola passa dal riconoscimento della sua missione fondamentale: formare cittadini liberi, consapevoli e responsabili, capaci di esercitare la propria autonomia di giudizio.
Come osservava Piero Calamandrei, la scuola corrisponde agli organi che nell’organismo umano hanno il compito di creare il sangue. La riapertura delle aule non deve ridursi a un mero adempimento burocratico, ma rappresentare l’occasione per restituire alla scuola pubblica il suo ruolo di motore civile e democratico della nazione.