Protesta e violenza: la distinzione che la politica non vuole fare

di angelo perrone

Le violenze di Milano vanno condannate senza attenuanti, ma non esauriscono le ragioni di una protesta giovanile diffusa. Né chi guarda solo all’ordine pubblico né chi legge la violenza come una forma di protesta aiuta a capirla. Serve una politica che risponda.

Un cappuccio nero, una vetrina in frantumi, un telefono alzato per filmare. Le immagini di Milano di sabato 17 ottobre, con il saccheggio del Decathlon in Foro Buonaparte e l’assalto a un supermercato di via Torino, sono quelle che resteranno. Ma dietro quelle immagini c’è dell’altro, e confonderlo con esse sarebbe un doppio errore: verso la verità dei fatti e verso i ragazzi che con i saccheggi non c’entrano nulla.

Nessuna attenuante alla violenza

Cominciamo da ciò che non si discute. La violenza è inaccettabile e non ha giustificazioni. Chi devasta, ruba, aggredisce va fermato e punito: si cerchino pure le spiegazioni, ma niente alibi, nemmeno quando si tratta di minorenni, come sono quattro su cinque dei fermati. Perdonarli perché non sanno quello che fanno? Dopo, magari. Intanto bisogna far capire loro che cos’hanno fatto. A ogni giovane, inoltre, spetta una responsabilità personale: studiare, lavorare, darsi da fare per costruire il proprio avvenire, come hanno fatto le generazioni prima, anche partendo da situazioni difficili. Nessuna compiacenza, dunque.

La protesta non è la violenza

Proprio per questo vanno tenute distinte due cose che la cronaca mescola. La protesta è un diritto; la violenza è solo illegalità. Chi è sceso in piazza per chiedere stipendi, case e scuole decenti non può essere equiparato a chi ha spaccato vetrine e saccheggiato negozi. La maggior parte di chi manifesta lo fa pacificamente, come è accaduto anche venerdì scorso; ma è proprio nelle piazze tranquille che si infiltrano i violenti, ed è per questo che i due piani non vanno mai sovrapposti.

Sbaglia la politica, quando guarda ai giovani solo come a una minaccia, dal decreto anti-rave alla lunga serie dei decreti sicurezza: l’occhio è sempre al disordine possibile, mai alla domanda che sale. Eppure furono proprio i giovani ad accorrere alle urne per difendere la Costituzione nel referendum sulla giustizia. Ma sbaglia anche chi per comprendere la rabbia finisce con il leggere la violenza quasi come una forma della protesta stessa. Scuola, reddito, casa e futuro sono il contenuto di quella rabbia, ma l’equazione tra protesta e violenza non rende un servizio ai ragazzi: li consegna alla stessa logica perversa.

La violenza non è protesta. Lo mostrano bene certi gesti: devastare una libreria significa rifiutare, in modo reale e simbolico, proprio la cultura che sola può dare a questi ragazzi un futuro diverso.

Le ragioni, che sono altre

Che cosa dice allora quella piazza? Dice caro vita, affitti proibitivi, lavoro precario, scuole in sofferenza, e soprattutto un futuro che appare incerto. Dietro le parole ci sono vite concrete: lavoratori che esauriscono lo stipendio ben prima della fine del mese, genitori che devono scegliere che cosa comprare per soddisfare le esigenze dei figli. La generazione Z, i nati tra il 1997 e il 2012, è cresciuta tra crisi economiche, pandemia, inflazione e precarietà, e ha maturato la sensazione che istituzioni e politica non rispondano ai suoi bisogni. La quota di ricchezza nelle mani del 5 per cento più ricco è salita in quindici anni da meno del 40 a più della metà del totale. Ciò spiega anche la forma della protesta: nata sui social con l’iniziativa apartitica «Italia in piazza», senza leader né bandiere, lungo reti informali, tanto che i collettivi più politicizzati hanno preso le distanze dalle frange estreme. Un fenomeno confuso, non ideologico, difficile da inquadrare e, per questo, difficile da prevenire.

La risposta che manca

E la politica? Parla di una nuova stretta sulla sicurezza, di fermi preventivi, di arresti differiti. Ma il problema è individuare i devastatori e fermarli prima che le cose degenerino, non prevedere di punirli dopo. Servono indagini e giudizi rapidi, cioè una giustizia efficiente, e non misure simboliche, di scarsa attuabilità. Una pena che arriva dopo, o mai, non educa nessuno; una prevenzione che non c’è, ancora meno. Intanto il botta e risposta tra il sindaco di Milano e il ministro dell’Interno rischia di alimentare lo scontro: la politica deve rispondere unita, con i nervi saldi.

Unita, però, non solo sull’ordine pubblico. Servirebbero scuole nuove, una riforma degli studi, un contributo per gli affitti dei fuori sede, una politica decisa perché per troppi giovani l’espatrio non resti l’unica strada. Sono misure meno spettacolari di una stretta, ma sono le sole che parlano al problema.

Condanna senza sconti della violenza e ascolto di chi protesta: sono le due metà di una stessa responsabilità.

🖋️ Postilla.

Un approfondimento sulla protesta giovanile e la violenza in strada in Lo scontro al posto del dialogo: la violenza come linguaggio sociale.

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