di riccardo mastrorillo
Il 25 Aprile è festa nazionale, si celebra la liberazione dall’occupazione Nazista ma anche e, soprattutto dall’oppressione Fascista. È stato il giorno del ritorno alla civiltà, dopo anni di dittatura repressiva e sanguinaria, dopo una inutile guerra (ma quasi tutte le guerre sono inutili) contro le democrazie europee, dopo venti lunghi anni di malgoverno e di privazione della libertà.
La lotta antifascista, il nostro 25 aprile nasce da molto prima: «Veramente la caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito “totalitario”; il quale non consente all’avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente dì nutrire anime che non siano piegate nella confessione: “credo”. Questa singolare “guerra di religione” che da oltre un anno imperversa in Italia non vi offre una fede (che a voler chiamar fede quella nell’Italia, possiamo rispondere che noi l’avevamo già da tempo quando molti dei suoi attuali banditori non l’avevano ancora scoperta!) ma in compenso vi nega il diritto di avere una coscienza – la vostra e non l’altrui – vi preclude con una plumbea ipoteca l’avvenire» (G. Amendola, “Un anno dopo” su “Il Mondo”, 2 novembre 1923).
Nasce nell’intransigenza di Giovanni Amendola e di Piero Gobetti, che pagarono con la vita la loro resistenza, nasce dal Manifesto degli intellettuali antifascisti, scritto da Benedetto Croce, proprio su iniziativa di Giovanni Amendola. Prosegue nel sacrificio dei Rosselli e nell’impegno indefesso dei tanti che si sono opposti al Fascismo per vent’anni, pagando in prima persona, prevalentemente con il carcere o il confino, ma anche con la vita.
La nostra resistenza era ed è una resistenza attiva, per il pensiero critico, per la libertà di opinione, perché il conflitto, sale della democrazia, non si trasformi in aggressione o in conformismo verso il potere dominante.
Il 25 aprile è una festa di tutti i democratici, di tutti coloro che lottano contro la repressione e la prevaricazione. Non è una festa divisiva, come pretestuosamente, sostengono alcuni esponenti della destra postfascista. Pretestuosamente perché non hanno la coerenza di riaffermare il loro credo fascista: la loro concezione totalitaria dello stato e della società. Poco importa se alcuni antifascisti sognassero di instaurare la dittatura del proletariato, non conta il credo o l’ideologia, financo se totalitaria, conta, come sempre. il comportamento e i fatti. Il Partito Comunista italiano non ha mai tentato di prendere il potere con la forza, o di imporre il suo credo, non si può dire la stessa cosa dell’estrema destra italiana. È vero che, cacciare dal corteo del 25 Aprile, persone che sfilano con la bandiera dell’Ucraina, di fatto parrebbe dare ragione ai neofascisti, ma quei pochi irresponsabili, non sono certo ascrivibili alla solida cultura antifascista del popolo italiano.
È una festa conflittuale, non divisiva, perché senza il conflitto e la resistenza, il cedimento al potere si trasforma automaticamente in un conformismo totalizzante.
Ieri alla Camera dei deputati la Destra ha risposto al canto “bella ciao”, intonato dalle opposizioni, con l’Inno nazionale, che è stato cantato, in piedi, da tutti i parlamentari di destra e di sinistra, con la colpevole esclusione dei parlamentari della Lega e con buona parte dei membri del Governo seduti. Se la destra non riesce ad essere unitaria nemmeno nell’intonare l’Inno d’Italia, non dico “bella ciao” che anch’esso non è evidentemente un canto diviso, dovrebbe fare silenzio sulla divisività del 25 aprile.