LA TERZA VIA DELL’EUROPA -RILANCIARE UN NUOVO MULTILATERALISMO

di maurizio delli santi 

Questo agosto di guerre dovrebbe indurci a riflettere  su un momento in cui la storia ha  ormai smesso di scorrere lungo i binari consueti per interrogarci sul futuro. I recenti, drammatici sviluppi geopolitici dei conflitti – emblematico è l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave iraniana probabilmente carica di droni e missili per la Russia – mostrano  la inquietante concatenazione dei conflitti regionali che  stanno scivolando verso una pericolosa fusione globale. Di fronte a questa frammentazione planetaria, l’Europa si trova oggi prigioniera di due polarità ugualmente letali per i popoli  del vecchio continente.

La prima via è quella di un allineamento incondizionato e subalterno alle strategie transatlantiche di Washington. Questa postura ridurrebbe l’Europa a mero esecutore di un disegno egemonico unilaterale, trascinandola in dinamiche di riarmo e di scontro permanente estranee alle proprie priorità di stabilità e sicurezza, e sancendo la definitiva rinuncia a qualsiasi forma di sovranità geopolitica. La seconda via, speculare e altrettanto deleteria, coincide con la tentazione a un irrealistico isolamento difensivo che si tradurrebbe solo in una rassegnata accettazione dei rapporti di forza. Una simile abdicazione lascerebbe l’Unione esposta alle mire espansionistiche di altri attori imperiali, come Russia e Cina, privandola di ogni capacità di interdizione diplomatica e condannandola all’irrilevanza nello scacchiere internazionale.

Contro queste due derive, esiste una prospettiva inequivocabile: una missione  politica che l’Europa, intesa oggi nell’unione d’intenti ora sempre più ravvicinata tra Unione Europea e Regno Unito ma anche con altre democrazie globali, ha il dovere di fare propria, facendosi asse portante di una grande coalizione per la pace e il diritto internazionale.

Altri fatti compiuti dimostrano l’urgenza di questo scatto d’orgoglio. Da un lato, l’iniziativa diplomatica di Washington  – dopo i fallimentari progetti di pace per Gaza e Cisgiordania, e ancora quelli controversi per Libano e Iran – volta a promuovere un accordo sul nucleare civile con l’Arabia Saudita rischia di trasformarsi in una scommessa pericolosa : concedere a Riad la capacità di arricchire l’uranio in loco, sebbene sotto formali tutele, potrebbe rivelarsi l’innesco di una incontrollabile escalation atomica in Medio Oriente, scatenando una corsa agli armamenti regionali. Dall’altro lato, le significative rivelazioni di Kaja Kallas sulla proposta del governo di Teheran, che vorrebbe avviare colloqui diretti con l’Unione Europea a 27 –  non accontentandosi del restrittivo formato E3 – aprono a uno scenario  multilaterale inedito per costruire una nuova architettura di sicurezza nel Golfo Persico. È plausibile che dietro l’apertura dei pasdaran si celi la logica geopolitica di smarcarsi dai negoziati diretti con gli Stati Uniti, nel tentativo di sottrarsi alla spada di Damocle rappresentata dall’asse Trump-Netanyahu. Eppure, questa mossa riconosce implicitamente la  possibile alternativa di una centralità diplomatica dell’Europa da ritrovare. L’opportunità strategica non va elusa, e può essere realisticamente ponderata: può rappresentare una base di lavoro per una terza via europea, offrendo un’alternativa concreta all’anarchia militare.

I popoli europei sono stanchi di rimanere vittime inermi delle ripercussioni di strategie belliche altrui, costretti  a pagarne le conseguenze economiche e soprattutto ad assistere inermi a stragi continue che feriscono moralmente l’umanità intera. Non si può più restare spettatori delle logiche di guerra ed egemoniche dei ‘nuovi imperi’, delle minacce sempre più esplicite alla sicurezza europea di Putin, e alle politiche oltranziste di Washington e Tel Aviv, che rischiano di alienare persino i paesi arabi moderati, ormai profondamente logorati dall’instabilità mediorientale. È tempo che l’Europa riscopra la sua vocazione profonda di potenza civile e si ponga come un ponte insostituibile. Un ponte che colleghi le sponde del Mediterraneo, che guardi con rispetto e parità agli altri continenti, dall’Africa all’America Latina passando prr l’Indo- pacifico : una nuova Europa deve saper  dialogare apertamente con il complesso mosaico del Global South e del Resto del Mondo che pure anelano a progetti di pace e stabilità.  Questa prospettiva impone di superare le attuali divisioni interne che paralizzano il vecchio continente.  I singoli Stati europei si muovono spesso in ordine sparso, divisi tra chi insegue l’allineamento incondizionato alle superpotenze e chi è frenato da timori geopolitici o calcoli elettorali interni : ma  il superamento di queste fratture potrebbe avvenire proprio su questo percorso. Non cancellando le legittime sensibilità nazionali, ma trovando una sintesi più alta nel riconoscimento di un destino comune e di una minaccia esistenziale che vanno affrontate ora più  che mai con una volontà condivisa. Solo un’Europa che parla con una voce sola può essere un interlocutore credibile e ambizioso, capace di unire attorno a sé un polo autonomo e autorevole.

Questa visione non è un’utopia ingenua, ma un progetto politico e strategico concreto che trova solide sponde teoriche e istituzionali nei modelli più avanzati delle relazioni internazionali contemporanee. È la proposta di assoluto realismo politico formulata da tempo e ribadita recentemente sull’ Economist dal Primo Ministro canadese Mark Carney e dal Presidente finlandese Alexander Stubb. I due leader suggeriscono che le medie potenze globali non debbano competere passivamente per ottenere il favore delle grandi superpotenze egemoni, né indulgere nella nostalgia di un vecchio ordine unipolare ormai tramontato. Al contrario, esse possiedono la forza demografica, la solidità economica e l’autorità morale per fare blocco comune, rifiutando un mondo ridotto a fortezze militarizzate contrapposte. Per l’Europa, questo significa guardare in modo propositivo a una convergenza di valori e interessi concreti con i principali attori internazionali. Si tratta di stringere intese stabili con attori democratici del Global South come  i Paesi del Mediterraneo,  l’Africa, l’India, il Giappone e l’Australia. Non è un blocco ideologico rigido, ma un’aggregazione flessibile e aperta basata sul rifiuto dell’anarchia geopolitica, sulla tutela delle rotte commerciali sicure, sulla giustizia climatica e sulla salvaguardia della dignità umana.

Per dare senso compiuto a questo disegno, questo nuovo asse diplomatico deve farsi promotore di un’iniziativa immediata ed esigente, incardinata su obiettivi irrinunciabili e strettamente connessi tra loro. Il primo passo è l’insistenza per un cessate il fuoco simultaneo e immediato sia in Ucraina sia in Medio Oriente, ponendo fine al massacro quotidiano di civili e disinnescando la spirale delle ritorsioni incrociate prima che l’escalation diventi irreversibile. Subito dopo, occorre l’apertura di tavoli negoziali autenticamente multilaterali, superando la logica dei patti bilaterali  o delle imposizioni unilaterali dettate dai rapporti di forza sul terreno. Lo sbocco naturale di questa azione deve essere una grande Conferenza straordinaria per la pace e il diritto internazionale, concepita per ristabilire i principi della coesistenza pacifica e della sovranità legale dei popoli.

Un simile sforzo non può prescindere da una profonda e coraggiosa revisione dell’architettura internazionale attuale, oggi paralizzata perché specchio di equilibri storici superati. In questo senso, l’Europa deve sposare e rilanciare con forza le radicali proposte di riforma delle Nazioni Unite avanzate dal Presidente finlandese Alexander Stubb. Stubb ha indicato con estrema chiarezza i passi necessari per ridare autorevolezza alla mediazione globale: espandere il numero dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per dare giusta e democratica rappresentanza alle aree finora penalizzate, assegnando due seggi permanenti all’Asia, due all’Africa e uno all’America Latina, riconoscendo espressamente la necessità di includere voci imprescindibili come quella dell’India. Ma la vera svolta strutturale risiede nella proposta di abolire totalmente il potere di veto del singolo Stato, un meccanismo che oggi ostacola la giustizia e blocca le risoluzioni umanitarie. Si tratta di una battaglia storica per la trasparenza e la rappresentatività che vede l’Italia tradizionalmente in prima linea nei contesti diplomatici, da sempre orientata a una riforma che premi il consenso collettivo rispetto all’arbitrio delle superpotenze.

Non è più il tempo dei rinvii, delle prudenze burocratiche o dei cinici realismi. Davanti a un temporale geopolitico devastante, l’Europa non può permettersi il lusso del silenzio o della rassegnazione. Puntare alto, superando le proprie divisioni interne, significa dimostrare al resto del mondo che la forza del diritto internazionale può ancora prevalere sul diritto della forza pura. Questa è la sola prospettiva inequivocabile per evitare il baratro globale: un’Europa unita e consapevole della propria identità civile, che si fa costruttrice di ponti universali e  di una pace giusta, inclusiva e duratura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.