di angelo perrone
Le elezioni di metà mandato non si spiegano solo con prezzi e inflazione. Lo svuotamento delle regole e dei limiti al potere ha un costo economico che i cittadini pagano. Il voto americano, con la partecipazione di giovani e minoranze, ricorda che la democrazia liberale si difende con il diritto, la misura e il rispetto.
Nelle elezioni di metà mandato ha pesato l’economia: prezzi, inflazione, salari che comprano meno, una benzina cara in un Paese dove le distanze sono la regola. Sarebbe però un errore ridurre la sconfitta di Trump a una questione di portafoglio. Equivarrebbe a leggere i costi come l’esito di scelte sbagliate ma neutre, o di eventi esterni imponderabili. La guerra con l’Iran e la chiusura di Hormuz sono state vissute come una fatalità, mentre discendono da una decisione dell’amministrazione.
Il nesso decisivo è tra economia e regole. I dazi hanno fatto salire i prezzi interni, perché nessuna economia, neppure quella americana, è autosufficiente. La commistione tra potere pubblico e interessi privati, con l’arricchimento del presidente e della sua cerchia e la contiguità con i grandi gruppi tecnologici, altera la concorrenza e scarica costi sull’ambiente e sul lavoro. A ciò si aggiungono la durezza verso gli immigrati, l’insofferenza verso giudici e corti, anche quando non si conformano alla volontà dell’esecutivo, e la svalutazione delle università e del sapere. In termini costituzionali, è la progressiva erosione dei limiti al potere.
Chiamiamola corruzione, ma in senso ampio. Non solo l’illecito: lo stravolgimento delle regole democratiche, che sono regole di diritto, come l’equilibrio tra i poteri, e regole di decenza, di misura e di rispetto degli altri. È qui che si salda l’aspetto economico. La certezza del diritto, l’indipendenza delle istituzioni e la trasparenza delle decisioni sono condizioni di prevedibilità, e quindi di fiducia e di investimento. Quando vengono meno, il costo ricade sui cittadini. Lo ha detto con chiarezza Jon Ossoff in Georgia, secondo cui la corruzione è il motivo per cui il sistema non funziona per la gente comune. Lo ricorda Paolo Valentino sul Corriere: in Ungheria Péter Magyar ha battuto Orbán sintetizzando in una frase, la corruzione ha un costo, il legame tra democrazia ed economia. Non è un caso che a reagire siano state le componenti più esposte: il 70% degli elettori tra i 18 e i 29 anni ha votato democratico, e così sette latinos su dieci.
Alla radice, al di là di ogni spiegazione personale o anagrafica, che sarebbe fuorviante, c’è ciò che può definirsi arroganza del potere. Non un atteggiamento mentale, ma la violazione delle regole della vita pubblica: il potere che si ritiene esente dal limite.
Il voto offre anche un dato istituzionale. Lo scrutinio si è svolto in modo pacifico e regolare, con alta affluenza, senza blindati ai seggi e senza candidati in fuga. La normalità delle procedure è già un risultato. Va detto senza trionfalismi: Charles Kupchan prevede due anni duri e indica il rischio della paralisi tra Casa Bianca e Congresso, cioè di una democrazia che regge ma non decide.
Il raffronto con l’Europa e con l’Italia è sempre scivoloso e richiede nessi precisi e misurati. Esiste un’affinità politica e mentale in chi pensa di poter fare a meno di equilibrio, cultura e diritto. Quando queste forze governano, l’affinità può tradursi in iniziative e posizioni non solo pericolose per gli equilibri democratici, ma concretamente dannose per i cittadini. Pensiamo alla stretta americana sul finanziamento a una società già fragile, perché priva di sanità pubblica. Il metodo deve restare lo stesso ovunque: misurare le scelte pubbliche sul rispetto delle regole e sul costo che esse hanno per chi le subisce.
Italo Calvino, nelle Lezioni americane, indicava come valori per il futuro anche l’esattezza e la molteplicità. Sono anche categorie costituzionali: esattezza nelle regole, molteplicità nei poteri. Il voto americano è, in questo senso, una lezione da non disperdere.
La democrazia liberale non è un ornamento. Ha un valore anche economico, perché rende il potere prevedibile e responsabile. Quando lo si dimentica, il conto arriva ai cittadini e, prima o poi, alle urne.