di angelo perrone
Esistono storie che non appartengono solo agli archivi giudiziari, ma costituiscono l’impalcatura stessa della nostra democrazia. Riscoprire oggi i profili di Antonino Caponnetto, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Guido Galli, Francesca Morvillo, Cesare Terranova e Rocco Chinnici è una necessità civile, non esercizio di nostalgia. Le loro vite sono la prova che l’efficienza della giustizia non nasce dalla separazione, ma dalla completezza dell’esperienza.
★ L’unità come arma strategica
Il filo rosso che unisce questi sette magistrati è la circolarità delle funzioni. Falcone non sarebbe stato l’innovatore globale capace di “seguire il denaro” se non avesse abitato ogni sfumatura della giurisdizione, dal civile al penale, dall’ufficio istruzione alla sezione fallimentare. Cesare Terranova decifrò i codici di Cosa Nostra perché possedeva la visione “totale” di chi sa cosa serva in una sentenza mentre sta ancora cercando le prove come inquirente.
Questi esempi ci dicono che separare le carriere oggi significherebbe amputare quella sensibilità multidisciplinare che ha permesso allo Stato di sfidare l’invincibile. Un PM isolato dalla cultura della prova, recidendo il cordone ombelicale con il garantismo del giudice, rischia di trasformarsi in un “accusatore di mestiere”, lontano dal modello europeo e garantista incarnato da Francesca Morvillo.
★ La mitezza delle istituzioni contro la burocrazia del caso
La lezione di Guido Galli, il “magistrato della porta accanto” che rifiutava privilegi per restare vicino alla realtà, ci ricorda che la giustizia è un servizio, non un potere autoreferenziale. L’indipendenza, difesa con fermezza da Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto, non è un privilegio di casta, ma la garanzia che ogni cittadino sia protetto da abusi e arbitri.
Oggi, di fronte a proposte di riforma che evocano il sorteggio per il CSM o la frammentazione delle carriere, queste sette storie ci offrono un’illuminazione sul da farsi: la qualità della giustizia non si ottiene con “pacchetti sicurezza” o lotterie burocratiche, ma investendo sulla formazione di magistrati completi.
★ Un retaggio da difendere
Il sacrificio di questi uomini e donne è il testamento di una magistratura che non si è mai piegata a logiche di parte. Proteggere l’unità della giurisdizione significa onorare la memoria di chi ha dimostrato che il Diritto, senza un’anima e una visione d’insieme, rischia di diventare un freddo esercizio di potere.
In vista del prossimo appuntamento referendario, la loro eredità è la nostra bussola: scegliere una giustizia che non divida, ma che integri; una magistratura che resti baluardo di libertà perché libera di conoscere, di dubitare e, infine, di giudicare con umanità.