Segregare non è integrare. Il tetto agli stranieri e la scuola che serve a tutti

di angelo perrone

Il governo annuncia un tetto del 30% di alunni stranieri per classe, nella stessa settimana in cui la cronaca racconta di una professoressa accoltellata e del suo perdono immediato. I due fatti non si spiegano a vicenda, ma la misura merita un giudizio proprio: non risolve il problema che dice di affrontare, e rischia di travestire da pedagogia una scelta identitaria.

Cominciamo da quello che il governo stesso ammette. La norma non è nuova: una circolare del 2010 fissava già quella soglia, ed è rimasta sulla carta per via delle deroghe. Oggi si annuncia una legge, ma gli stessi presidi interpellati dai giornali ne prevedono già altre, dove case e affitti concentrano le famiglie straniere in certi quartieri. Una misura che nasce sapendo di doversi piegare alla realtà non è pensata per funzionare: è pensata per essere annunciata.

E infatti il problema che la scuola italiana ha davvero non è il numero degli alunni stranieri, è la lingua. Lo riconosce lo stesso decreto, che stanzia fondi per l’italiano. Ma se il nodo è linguistico, la cura sono ore di lezione e insegnanti formati, non lo spostamento amministrativo di bambini da una scuola all’altra. Spostare gli alunni non insegna loro l’italiano un minuto prima; sposta soltanto il problema nella scuola accanto.

Un tetto che misura appartenenza, non bisogno

C’è poi un secondo elemento, più scomodo. Il tetto viaggia nello stesso decreto del divieto di burqa e niqab, sotto l’etichetta dell’«allarme islamizzazione», in un momento che i retroscena legano apertamente alla rincorsa del governo verso l’elettorato di Vannacci e al calendario delle elezioni. Una misura che conta gli alunni per nazionalità, e non per il loro reale bisogno linguistico o didattico, non misura una difficoltà scolastica: misura un’appartenenza. I dati sulle classi, va detto con chiarezza, non parlano di religione, eppure la cornice in cui la misura viene comunicata sì. È lecito chiedersi se il tetto risolva un problema pedagogico o serva a rendere visibile un confine.

Su questo sfondo, la cronaca dell’aggressione a una professoressa andrebbe maneggiata con onestà, non arruolata. Nessuna fonte lega quel gesto, compiuto da un tredicenne italiano, alla composizione delle classi. Chi userà quella tragedia per sostenere il tetto farà lo stesso errore concettuale che vorremmo evitare noi: userà una violenza tra le mura scolastiche come se dimostrasse qualcosa su chi siede nei banchi accanto.

Investire, non contare

Il punto liberale, allora, è positivo, non solo di rigetto. La scuola pubblica è un investimento su tutti, non un dispositivo di conteggio. Chi oggi denuncia che il peso dell’inclusione cade sulle scuole più povere ha ragione, ma la risposta non è diradare gli stranieri, è portare risorse dove servono: più ore di italiano, didattiche che coinvolgano l’intera classe, insegnanti formati. Una scuola così non aiuta solo chi arriva da un altro paese: aiuta anche i ragazzi italiani, che imparano in classi meno in affanno e con insegnanti meglio equipaggiati. È lo stesso principio per cui nel 1977 l’Italia abolì le scuole speciali: non si separa chi ha più bisogno, gli si danno gli strumenti, e ne beneficia tutta la classe.

Un tetto senza risorse non integra nessuno. Al massimo, ridistribuisce l’assenza di risorse su più scuole. Se il liberalismo ha un compito qui, è ricordare che la scuola aperta a tutti non è un’utopia da temperare con le quote, ma la condizione perché la scuola funzioni per ciascuno, italiano o straniero che sia.

✒️ Postilla
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