di angelo perrone
Prima ai giudici si chiede di essere esemplari con gli imputati «Colpirne uno per educarne cento», poi si spiega che i torturatori di Regeni sono «tre persone, non l’Egitto». Due frasi, un’unica idea di giurisdizione. Che cosa dicono dello Stato di diritto e della separazione dei poteri, quando valgono a giorni alterni.
Nel giro di pochi giorni il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha pronunciato due frasi che, lette insieme, dicono più di quanto vorrebbero. La prima a Roma, al «Villaggio della legalità», rispondendo a una cittadina che chiedeva più sicurezza nelle borgate: ai magistrati che decidono sugli arresti serve «più rigidità», e «colpirne uno per educarne cento» credo che serva, con tanto di citazione di Mao. La seconda dopo la sentenza Regeni: «Sono state condannate tre persone, non l’Egitto. I rapporti non cambiano».
Il giudice non è un pedagogo
Colpirne uno per educarne cento significa usare l’imputato come mezzo: non lo si punisce per ciò che ha fatto, ma per la lezione che gli altri dovrebbero trarne. È il rovescio del principio di responsabilità penale personale e della funzione rieducativa della pena, entrambi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione. Nella convalida di un arresto il giudice verifica se la legge sia stata rispettata, non se sia il caso di «dare un segnale». Tajani ha replicato su X di aver chiesto di applicare la legge, non di disapplicarla. Ma la legge non chiede segnali: chiede accertamenti. Il segnale è cosa da governo, da comunicazione, da campagna.
Un compito che non spetta alla magistratura
Attribuire ai giudici una funzione direttiva e pedagogica significa rovesciare la separazione dei poteri. L’articolo 101 dice che i giudici sono soggetti soltanto alla legge: non a un indirizzo politico, non alla «percezione di impunità» che un ministro vorrebbe correggere. Se la sicurezza è un problema, il rimedio è in mano a chi scrive le leggi e organizza forze e uffici. Le responsabilità non si scaricano su chi decide caso per caso. Va detto, non per corporativismo: per Stato di diritto.
Tre persone, non l’Egitto
Veniamo a Regeni. Che la responsabilità penale sia individuale è vero, ma gli imputati sono uomini degli apparati di sicurezza egiziani, e per dieci anni l’Egitto ha fatto di tutto per non farli processare, al punto che è servita una pronuncia della Corte costituzionale per consentire di procedere comunque. Non è uno Stato estraneo: è uno Stato che ha protetto i propri uomini. Dire «non l’Egitto» è una finzione comoda, non un rigore giuridico.
La separazione dei poteri a corrente alternata
Tajani ha invocato la separazione dei poteri per spiegare che la sentenza non cambia le relazioni diplomatiche. Nel merito ha ragione: la magistratura giudica, il governo fa politica estera. Ma il principio viene evocato in difesa di rapporti con un ordinamento, quello egiziano, che non lo conosce, mentre in patria lo si mette da parte quando i giudici non «segnalano» abbastanza. Una separazione dei poteri che vale quando chiude un caso scomodo e non vale quando ostacola una linea politica non è un principio: è un argomento.
Il conto della coerenza
Nessuno nega che la politica estera abbia le sue esigenze: energia, migrazioni, Mediterraneo. Ma dire che la diplomazia continua è diverso dal far finta che il verdetto di un tribunale italiano sull’assassinio di un nostro concittadino non chieda al governo nemmeno un gesto, una richiesta formale. E il garantismo, se non vuole ridursi a slogan, deve valere ovunque: per l’arrestato in flagranza come per il ricercatore torturato, davanti al giudice italiano come davanti al potere egiziano. Lo Stato di diritto o è una regola per tutti, o diventa uno strumento.
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