Grande mobilitazione, pollai e “tanatopolitica”

di ermanno vitale

Leggo sempre con attenzione la Lettre du Dimanche che la rivista “Le Grand Continent” mi invia puntualmente ogni settimana. Quasi sempre è interessante, anche se a mio gusto la prosa è più letteraria che analitica e le conclusioni talvolta assomigliano agli ambigui responsi dell’oracolo di Delfi. Ma occorre ammettere che il lettore non prevenuto trova informazioni e spunti di riflessione difficilmente rintracciabili altrove, perlomeno nel dibattito italiano.

La lettera del 19 settembre – intitolata “La fine di Putin” –  mi è parsa particolarmente degna di nota. Ne riassumo i contenuti essenziali e provo a interpretarne, per così dire, la morale. Molti fra i giovani russi che se lo possono permettere provano dall’inizio della guerra a fuggire dalla Russia, cercando perlopiù scampo in Georgia e Armenia, e a quanto pare hanno ripreso con maggiore slancio a farlo in questi mesi, nonostante le aumentate difficoltà a passare il confine, per il timore di un’ennesima grande mobilitazione che li porti a morire sul fronte ucraino. Questa mobilitazione, si vocifera, inizierà dopo le elezioni per la Duma che si sono tenute tra il 16 e il 20 settembre e si sono concluse con la scontata ampia vittoria del partito di Putin: «Pochi presteranno attenzione ai dati di questa tornata elettorale svuotata di ogni sostanza, proprio come il parlamento, ormai diventato una camera di registrazione del Cremlino. Eppure, l’elezione è accompagnata da una vera e propria agitazione febbrile. Da luglio una voce si diffonde con forza in Russia. Dopo le elezioni, ci sarà una grande mobilitazione […] Si parla di reclutamenti forzati: di clienti di taxi condotti alla stazione di polizia e picchiati fino a quando non firmano il loro arruolamento, di società di sicurezza che, all’improvviso, mandano i propri agenti al fronte».

Sbarazzarsi in questo modo dei giovani, mandandoli a morire al fronte, sostiene l’economista russo Vladislav Inozemtsev, è funzionale al regime sotto due aspetti. Il primo è economico, ma indirettamente anche politico: «Quando un uomo di 35 anni parte per la guerra e vi trova la morte, la sua scomparsa diventa per il regime russo, da un punto di vista economico, più redditizia dell’intera sua futura vita civile. Il regime non si limita quindi a eroicizzare e glorificare la morte: le conferisce il carattere di una scelta razionale». Brutalmente, la famiglia del morto, in ispecie se povera, ha una evidente convenienza materiale, perché in Russia arruolarsi e soprattutto morire in guerra è remunerato con un sistema di indennizzi che produce un guadagno immediato e finanziariamente superiore rispetto all’ipotizzabile intero futuro lavorativo del defunto. Conviene nell’immediato anche al regime, perché queste somme vengono rimesse velocemente in circolo, drogano l’economia e consentono una parvenza di relativo benessere. Il secondo aspetto è  più direttamente politico, serve a conservare il potere:«I dittatori cadono spesso perché arriva una nuova generazione che non ha più nulla da perdere o quasi nulla da guadagnare e cerca quindi di rovesciare il sistema per aprire una breccia». Secondo Inozemtev, è cinica “economia della morte”, o, se volete,  “tanatopolitica”.

Eppure la minaccia più forte per l’economia e la società russe «non è tuttavia né questa emorragia demografica, né le sanzioni, né gli attacchi ucraini. È il Cremlino». I diritti di proprietà, come accade in ogni regime di fatto totalitario, sono diventati assolutamente aleatori: «Ciò che ieri sembrava molto prezioso non vale più nulla in un paese in cui i diritti di proprietà non sono in alcun modo tutelati dalle rivendicazioni dello Stato. L’ultima misura in tal senso è il decreto n. 604: il Cremlino afferma senza mezzi termini che le imprese i cui proprietari non riescono a proteggere i propri impianti dagli attacchi di missili e droni ucraini possono essere nazionalizzate. Persino nell’Unione Sovietica, agli agricoltori delle cooperative era consentito tenere una mucca o del pollame nel proprio cortile, ma dal 1° settembre ogni famiglia rurale che possieda più di dieci polli o anatre deve apporre sul proprio pollaio una targhetta recante un codice QR rilasciato dai servizi veterinari locali».

Questo decreto è, sostiene la Lettre, l’ultima torsione dispotica imposta da Putin alla Santa Madre Russia. Che rappresenti la fine, o l’inizio della fine, dell’epoca putiniana è, almeno per chi scrive, difficile da preconizzare o ipotizzare. Quanto mi pare condivisibile è la battuta pungente che, sempre secondo la Lettera di “Le Grand Continent”, circolerebbe in Cina: «Putin ha utilizzato le risorse del XXI secolo per condurre una guerra del XX secolo, con l’obiettivo di far rivivere una mappa imperiale del XIX secolo, e alla fine ha ipotecato il XXI secolo della Russia».

Altrettanto condivisibile mi pare il commento al riguardo: dal punto di vista degli europei, «il problema è che Putin non sta ipotecando solo il secolo dei russi. Si sta giocando anche il nostro». Detto brutalmente; vogliamo rischiare di entrare in quell’orbita, di diventare qualcosa del genere? Invito tutti coloro che in Italia e non solo, a destra come a sinistra, non vedono o comunque sottovalutano questo rischio di reductio ad Russiam e sono disposti, nei fatti, a sacrificare l’Ucraina – convinti di placare in tal modo l’ira e la fame di gloria (peraltro insaziabile) dello zar e di poter quindi riprendere un’apparenza di business as usual – a riflettere bene sulle conseguenze di lungo termine di questa genuflessione. Domando a chi continua a non vedere le minacce dell’euroasiatismo, nonostante gli ormai quotidiani episodi di guerra ibrida,  e a ripetere come un disco rotto che bisogna investire le nostre risorse non per essere in grado di fronteggiarle ma per migliorare il nostro welfare: ma pensate davvero che sarà possibile – se l’asse geopolitico inclinasse decisamente a Oriente e un’Unione Europea che non ha saputo o voluto difendersi dovesse essere distrutta o totalmente svuotata di significato – mantenere tale e quale quello spazio di diritti della persona e del cittadino nonché quei livelli di welfare (salute, formazione, previdenza sociale ecc.) che, per quanto peggiorati, rappresentano ancora una felice eccezione, un’eccellenza planetaria?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.