di danilo campanella
La psicologia delle folle è una dinamica collettiva, in cui si intrecciano una miriade di condizioni, alcune delle quali sfuggiranno sempre anche al più abile ingegnere sociale. L’ennesima legge elettorale stabilirà nuove regole del gioco per i candidati alla rappresentanza istituzionale. Dietro le strategie e i macchinosi calcoli volti a scegliere tra rappresentanza e stabilità, in molti tra i cittadini sono “distratti” da altro: guadagnarsi da vivere. Comprensibilmente, la compagine politica si preoccupa di stabilire le regole più opportune per governare; ma governare a che scopo? Se per scopo si intende il benessere della Repubblica – non un benessere teorico, bensì la felicità di tutti i cittadini e le cittadine che la compongono – bisogna chiedersi quanto abbiano giovato a tale fine tutte le leggi elettorali che abbiamo veduto e quelle che in futuro vedremo, ancora una volta, susseguirsi, e che non freneranno mai l’erosione del potere d’acquisto, i salari da fame, le pensioni che valgono sempre meno, i servizi pubblici ridotti all’osso, l’iper tassazione delle partite iva. La borghesia, alleggerita di più della metà dei suoi frutti, in forme di imposizione tributaria, lascerà presto il posto ai grandi proprietari, ai lottizzatori, agli appaltatori, ai grossi imprenditori extraeuropei, che di fatto costituiranno un unico grande monopolio della ricchezza e del benessere, professioni comprese. Questa nuova casta di possidenti faranno la bella vita a discapito di tutti gli altri, degli “avanzati”, di coloro che sopravvivranno, mese dopo mese, bolletta dopo bolletta, tassa dopo tassa, con quello che avanza. Vien da sé il crearsi, in modo naturale, il terreno di coltura del livore, della rabbia, dell’invidia. Le politiche di tassazione, sempre più a discapito della classe media, contro il profitto lecito, contro la ricchezza guadagnata onestamente, contro la proprietà privata, finiranno involontariamente con il ricostituire quello che un tempo veniva definito il “popolaccio”. Una massa sempre più ampia di sottoproletari su cui i candidati di domani potranno fare leva per entrare a palazzo. Tuttavia, quando al desiderio di riscatto sociale, proprio di ogni cittadino in una democrazia liberale, si sostituirà il livore verso i benestanti, quando la pressione sociale sarà troppo alta, come si farà a non trasformare quella massa suggestionabile in feroci eversori? Fino a quando i “benestanti” sosterranno l’ennesimo partito che parrà proteggerli dal caos, eppure, una volta insediatosi, la nuova maggioranza li scontenterà ancora una volta? Mi domando fin quando l’alta borghesia (o ciò che ne è rimasto) si accorgerà che bisogna fondarsi sul popolo e solo su questo, per garantire la fine dei privilegi, una più equa spartizione delle ricchezze e una più sostenibile ripartizione delle tasse. In un momento storico in cui i partiti si moderano su tutto, chiedere non domani, ma ora, giustizia sociale, rappresentanza una chiamata radicale?