LA NUOVA LEGGE ELETTORALE E L’EQUILIBRIO DELLA COSTITUZIONE

di maurizio delli santi*

In una fase di profonde trasformazioni degli equilibri istituzionali, appare necessario riaffermare la centralità del Parlamento e il valore dei contrappesi che presidiano la democrazia costituzionale.

«Noi professori di Diritto costituzionale riteniamo necessario esprimere una profonda e motivata preoccupazione per la proposta di riforma della legge elettorale attualmente all’esame della Camera dei Deputati»: così cominciava l’appello, significativamente intitolato “Torniamo alla Costituzione”, sottoscritto da oltre un centinaio di docenti di Diritto costituzionale, a testimonianza dell’ ennesimo allarme per la tenuta dei principi fondamentali della rappresentanza democratica e dell’equilibrio tra gli organi dello Stato. Nonostante ciò, la riforma è stata approvata, dando così avvio a un nuovo fronte di battaglia destinato a sfociare davanti alla Corte costituzionale.  Vale premettere una prospettiva: non ci interessa qui sostenere una linea politica di parte, ma solo richiamare le grandi elaborazioni della moderna democrazia deliberativa e della cultura giuridica europea. Si tratta di rifarsi ai modelli politici ispirati da pensatori come Hans Kelsen e Jürgen Habermas: la legittimazione democratica non può prescindere dal rispetto delle garanzie costituzionali e dal “parlamentarismo puro”, inteso come espressione di piena rappresentatività del pluralismo politico e della volontà popolare.

 Il problema centrale è che la disciplina elettorale non può essere affidata ad una maggioranza parlamentare, che sia di destra o di sinistra, perché è inevitabile il pregiudizio che venga disegnata a proprio uso e consumo. La legge elettorale non può essere considerata una legge ordinaria come le altre, poiché essa assume inevitabilmente funzione ‘costituente’, incidendo direttamente sul rapporto tra corpo elettorale e Parlamento, sull’eguaglianza del voto e sull’equilibrio complessivo della forma di governo delineata dalla Costituzione vigente. Per questa ragione, i costituzionalisti giudicano particolarmente grave l’ipotesi di modificare le regole elettorali a ridosso della consultazione politica, in un contesto già segnato dalla crescente disaffezione verso le istituzioni rappresentative e dall’aumento dell’astensionismo. I profili di criticità investono il cuore stesso della democrazia rappresentativa. Il principale riguarda il premio di maggioranza o ‘di governabilità’, giudicato eccessivo e in contrasto con i principi di proporzionalità e rappresentatività già indicati dalla Corte costituzionale, anche perché  mette a rischio le maggioranze di garanzia previste per la designazione delle alte cariche istituzionali. Vi è poi il tema del controllo rafforzato dei partiti sulle candidature, che rischia di  concentrare il potere nelle leadership politiche. Infine c’è l’indicazione preventiva del Presidente del Consiglio, ritenuta in contrasto con l’articolo 92 della Costituzione. Si altera l’equilibrio del sistema costituzionale perché pregiudica l’evoluzione delle intese sulla base dei risultati elettorali e la funzione di garanzia e mediazione del Presidente della Repubblica.  Insieme a un forte premio di maggioranza, la previsione trasformerebbe il sistema in un “premierato di fatto”, riducendo il ruolo del Presidente della Repubblica e alterando l’equilibrio tra Parlamento ed esecutivo. In conclusione, il rischio è di indebolire la rappresentanza democratica, il pluralismo e il ruolo del Parlamento. Il nostro modello costituzionale individua nell’assemblea parlamentare l’organismo in cui devono avere voce con pari dignità e forza dialettica tutte le componenti, incluse quelle minoritarie. Si altera questa prospettiva se si va a precostituire una maggioranza aggiuntiva strutturale, sganciata dal metodo proporzionale che nelle teorie giuridiche del parlamentarismo è il migliore modello che possa rappresentare una società civile composita e plurale. È la teoria della democrazia parlamentare di Hans Kelsen, il giurista che difese la centralità del Parlamento e della giustizia costituzionale nella crisi della Repubblica di Weimar, opponendosi alle concezioni plebiscitarie che avrebbero aperto la strada al nazismo.

La giustificazione della riforma è nota ed abusata: stabilità e continuità dell’esecutivo. Ma la stabilità è un effetto che discende non dalla durata dei governi, ma dalla solidità delle istituzioni, dalla loro reale capacità di rispondere ai bisogni della comunità. Soprattutto, uno Stato è stabile perché è regolato costituzionalmente anche nell’alternanza dei governi, non perché è monocolore. Il Parlamento è il luogo della dialettica costruttiva tra visioni e istanze differenti, dove hanno valore intrinseco proprio il sistema proporzionale  e i partiti come corpi sociali intermedi, perché modelli rappresentativi dei relativismi politici e culturali:  non devono esserci centri di potere precostituiti artificialmente, volti a trasformare una prevalenza numerica – peraltro fittizia – in egemonia permanente e occupazione dell’ordinamento. La questione è ancor più delicata se si considera l’astensionismo strutturale che segna le ultime tornate elettorali, con percentuali di non voto prossime o superiori al quaranta per cento. In tale contesto, una lista che ottenga il quaranta per cento dei voti validi rappresenta una quota significativamente inferiore del corpo elettorale complessivo. L’attribuzione di seggi aggiuntivi amplifica dunque lo scarto tra Paese legale e Paese reale: la maggioranza parlamentare rischia di poggiare su una minoranza sociale.

La Costituzione disegna una Repubblica “parlamentare” proprio perché riconosce nel Parlamento la sede primaria della mediazione politica e del controllo sull’esecutivo. I Costituenti, segnati dall’esperienza autoritaria, hanno costruito un sistema di pesi e contrappesi che diffida delle concentrazioni di potere e valorizza la pluralità come garanzia Anche di fronte a questa riforma occorre essere fedeli alla lezione costituente: si deve tornare a riaffermare con forza il parlamentarismo “puro”, non alterato da maggioranze-fake, e da populisti presunti “decisionisti” che vorrebbero annientare i contrappesi della democrazia liberale.

  • membro dell’Associazione Italiana Giuristi Europei

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