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IL NAUFRAGIO

Ci annoia ripeterci. Però lo scrivemmo subito. L’analisi era fin troppo facile. Quando Renzi fu  travolto dal risultato del referendum costituzionale anche i degenti in un ospedale psichiatrico avrebbero capito che la tempesta non era sostenibile, non perché fosse particolarmente violenta ma perché il capitano della nave era assolutamente un incapace. Aveva perso tempo a fare l’Inchino a Berlusconi senza accorgersi che lo scoglio era penetrato nella chiglia. Se ci fosse stato ancora qualche dubbio, questo avrebbe dovuto essere fugato dall’arrogante presunzione dimostrata dal nuovo Schettino subito dopo l’esito referendario. In quell’occasione Renzi riecheggiò i commenti che i radicali erano soliti fare dopo le raffiche di sconfitte dei loro referendum: “sì, è vero, in questo referendum il no ha perduto 80 a 20, ma questo vuol dire che il partito radicale ha la forza del 20%”. Ugualmente Renzi si accreditò il 40 % degli italiani, come se fosse tutto suo. Dopotutto nelle elezioni europee proprio il 40% era stata la cifra del suo successo, quando gli italiani non lo conoscevano. Dopo il referendum le sconfitte non si sono contate più, ma sono state sempre sottovalutate.

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LA STRATEGIA DEL POPCORN

di andrea pertici

Nuova pesante sconfitta del Pd e del centrosinistra nei ballottaggi del 24 giugno.

Si tratta in fondo di un partito – e di una coalizione – che hanno ormai collezionato innumerevoli sconfitte. L’ultima era stata nelle elezioni politiche del 4 marzo, quando il Pd e il “suo” centrosinistra, “cucinato” in quattro e quattr’otto alla vigilia delle elezioni, alla bisogna di una legge elettorale che portava il nome del capogruppo “dem” e la firma anche dei due leader del centrodestra (con cui il Pd si è volentieri alleato per anni). A seguito di quelle elezioni, in cui il Pd era stato portato al minimo storico, grazie alla pluriennale strategia di rottamotori e rottamandi, non si è pensato di cambiare schema. Anzi, la perspicace reazione – portata avanti dal capo in testa a tutti gli altri – è stata da subito quella di fare gli offesi con gli elettori.

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L’ERRORE FATALE DEL PD

di piero ignazi

Il conflitto istituzionale che si è aperto è figlio del via libera all’accordo tra 5Stelle e Lega, un accordo in buona misura favorito dal rifiuto del Pd di andare a vedere le carte dei pentastellati. La crisi di queste ore deriva da una pulsione anti-establishment dei due partiti che si è spinta fino al progetto di dare vita ad una “terza repubblica”, arrivando a forzare le regole attraverso la diminutio del ruolo del presidente della Repubblica, chiamato a ratificare come un semplice notaio scelte incompatibili con la difesa degli interessi della nazione quali la nostra appartenenza all’Unione Europea e ai suoi principi. Si poteva evitare tutto ciò? Probabilmente sì, se altri attori politici avessero giocato un ruolo politico e non si fossero ritirati sull’Aventino. Alludiamo, evidentemente, alla scelta del Pd, o meglio, del suo “segretario dimissionario”, ma saldamente al comando, come si è visto nelle ultime riunioni collegiali del partito.

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DEDICATO A RENZI, AI DIRIGENTI DEL PD E AI SUOI VOTANTI

Raccontato da Ernesto Rossi: “Una sera Petrolini, scocciato da uno spettatore che dal loggione continuava a far baccano, interruppe di recitare, avanzò alla ribalta e: Io non ce l’ho con te – gridò col dito puntato verso il disturbatore – perché tu così ce sei nato. Ce l’ho con quelli che te stanno accanto, che non te buttano de sotto“.

La lepre marzolina – 28 maggio 2018

LA PROPOSTA PIÙ OVVIA [di G. Migone]

di gian giacomo migone

LETTERA INVIATA A “LA REPUBBLICA ” E NON PUBBLICATA

Caro Direttore,
al dibattito dilatorio in corso sulla questione di governo manca la proposta più ovvia, nell’interesse del Paese (anche se adombrata, non a caso, da Virginio Rognoni e da Rosy Bindi): un governo monocolore del partito di maggioranza relativa (M5S) con l’eventuale appoggio esterno del PD e di LeU. Esso non presuppone alcun contratto di governo alla tedesca, bensì una conoscenza preventiva delle dichiarazioni programmatiche con cui il presidente del consiglio si presenterebbe al parlamento, per verificarne la compatibilità con i valori e orientamenti programmatici di chi sarebbe chiamato ad appoggiarlo. Ciò consentirebbe la formazione del governo di cui vi è urgenza, anche se esso dovrà di volta in volta trovare, se necessario negoziare, una maggioranza parlamentare per i propri provvedimenti. Se tale governo ritenesse vitale ai fini della propria sopravvivenza un determinato atto parlamentare, avrebbe a disposizione l’arma del voto di fiducia. Questa soluzione, alternativa ad una coalizione M5S-PD, che solleva tante resistenze,

Niente di strano. E’ la democrazia parlamentare, bellezza! Se il maggioritario ha il pregio – a mio avviso prevalente – di obbligare i soggetti in campo a coinvolgere i propri elettori in alleanze dichiarate, i sistemi proporzionali – o prevalentemente tali, quali il pur sciagurato Rosatellum – consentono quantomeno alleanze o anche singoli voti nella trasparenza del dibattito parlamentare, in coerenza con il nostro dettato costituzionale.

Questa soluzione, alternativa ad una coalizione M5S-PD, che solleva tante resistenze, avrebbe il vantaggio di evitare una discussione imperniata sulle poltrone ed altre posizioni di potere, spostando l’attenzione su impostazioni e misure programmatiche. Inoltre, non consentirebbe al M5S di effettuare ricatti rappresentati da elezioni politiche anticipate, in mancanza di chiarimenti politici, e alle forze di centro-sinistra, o presunte tali, di ripiegare su una coalizione di governo con le forze di centrodestra, travestita da governo di scopo, del presidente, o su altre formule suggerite dalla creatività italica, che segnerebbero il loro definitivo tramonto. E’ appena il caso di aggiungere che fare fronte ad un problema impellente nell’interesse dell’Italia non esime da una profonda autocritica e innovativa visione programmatica la cui mancanza ha lasciato l’elettorato di sinistra priva di rappresentanza, disperdendone forze ed energie, in una fase particolarmente critica della sua storia.
Gian Giacomo Migone

i danni fatti da renzi e de luca sono stati enormi

di franco pelella

Caro direttore, h__________o deciso di votare il Pd (turandomi il naso) perché avevo paura che i fascisti (e Berlusconi) conquistassero la maggioranza assoluta dei seggi e prendessero il potere. Per fortuna questo non è avvenuto. Ciononostante la debacle della sinistra c’è stata lo stesso perché a destra ha la maggioranza relativa mentre i Cinque Stelle sono diventati il primo partito. E’ evidente che molti elettori di sinistra (soprattutto nel Sud) hanno deciso di votare per i Cinque Stelle perché hanno ritenuto che questo Movimento potesse rappresentare un significativo elemento di rinnovamento della politica; è passata, purtroppo, in secondo piano l’ambiguità politica di Luigi Di Maio e degli altri dirigenti, che oscillano costantemente tra la destra e la sinistra.  

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IL DINOSAURO DIXIT

I politologi si stanno rompendo la testa per trovare le più raffinate motivazioni della catastrofe politica del Pd. Di cui si sono accorti solo la domenica del 4 marzo. Eppure ce le hanno avute  sempre davanti agli occhi: il Pd renziano non è stato che idiozia allo stato puro ricoperta da impudica sfacciataggine. Come se il cervello dei cittadini avesse un’intelligenza inferiore a quella del dirigente medio o alto del “Giglio magico”. Cosa quasi impossibile. Al punto che, dopo la legnata storica, la mente del renziano-tipo, già molto intontita, ancora non riesce a dare segni di vita.

La vicenda della nomina dei presidenti delle due Camere ne è un altro segnale inquietante. Issare sull’Aventino la bandiera bianca è stato un grave errore, ma in politica , soprattutto nel Nazareno, di errori se ne fanno tanti, e dato il livello della sua classe dirigente è persino ovvio. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a qualcosa di più di un semplice errore:  presentare come candidata, appunto di bandiera, il nome della “più peggiore” ministra della pubblica istruzione è pervicace autolesionismo. E proprio nel giorno in cui la Cgil dava i dati sulla scuola italiana: 4 punti di spesa pubblica in meno sulla media Ocse e collocazione al 19 (diciannovesimo) posto in Europa per le risorse dedicate.

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UNA LEZIONE DI STILE

di riccardo mastrorillo

Sabato 24 marzo il Movimento 5 stelle e il centro destra hanno dato una nitida lezione di stile ad un Partito Democratico sempre più arroccato su posizioni incomprensibili. Nonostante le accuse di “inciucio” e altre amenità simili, ultimi strascichi di una pericolosa malattia che infesta il Pd da anni, cioè il non conoscere la storia del paese e lo scimmiottare il populismo dei 5 stelle, quello che è accaduto sabato ha un risvolto positivo per la politica italiana, che solo la miopia permalosa di una parte consistente dei democratici non riesce a cogliere.

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LE CATASTROFICHE BATTAGLIE PERSE DI RENZI

di franco pelella

Michele Serra ha ricordato mercoledì scorso, su “La Repubblica”, le date maggiormente simboliche della crisi del Pd e della leadership di Renzi. La prima data è il 23 novembre 2014, quando alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna si dimezzò il numero dei votanti arrivando al 37 per cento. La seconda data è il primo giugno 2017, quando Antonio Campo Dall’Orto si dimise da direttore generale della Rai, impallinato dai cacicchi dei partiti (Pd compreso); quelle dimissioni costituirono la fine del sogno di autonomia del servizio pubblico e, quindi, la fine di uno dei cardini del renzismo. La terza data è il 19 giugno 2015, quando Fabrizio barca presentò il rapporto sullo stato del Pd romano. Michele Serra, però, ha dimenticato una quarta data, forse più importante delle altre. Si tratta del 15 novembre 2016, quando Vincenzo De Luca, in vista del referendum sulla riforma costituzionale, radunò presso l’Hotel Ramada di Napoli 300 sindaci campani del Pd. In quell’occasione il Governatore della Campania fece il famoso discorso della “frittura di pesce”. In pratica De Luca invitò i sindaci a portare al voto favorevole alla riforma costituzionale il maggior numero di persone possibile utilizzando qualsiasi mezzo o promessa, compresa una frittura di pesce. In quell’occasione divenne chiaro a tutta l’opinione pubblica nazionale che Renzi, in barba alla promessa di rottamazione, aveva stretto un’alleanza con il rappresentante più retrivo del vecchio notabilato meridionale.

 

TORNATE  A REGOLE SERIE, NON E’ PIÙ TEMPO DI TRUFFE

di enzo marzo

Sarà che sono passatista come Paolo Franchi, ma ho trovato il suo articolo sul “Corriere” tra i più sensati di questi giorni in cui non si smette di straparlare senza badare alla durezza dei numeri usciti dalle urne. Calenda, improvvisatosi di centrosinistra, se ne è uscito con un “basta con l’autoflagellazione”. Quando addirittura prima delle elezioni, e figuriamoci dopo, non si è parlato d’altro che delle maggioranze future, e i risultati sono stati archiviati senza uno straccio di analisi del perché si è scatenato lo tsunami.

Lotti, per dimostrare che è più sciocco di quello scioccherello del suo padrone, se l’è presa con la minoranza senza chiedersi come mai Renzi per anni si è costruito con pervicacia, masochisticamente, sconfitte su sconfitte. Senza che a trattenerlo per la giacca ci fosse qualcuno dei suoi famigli pensoso del proprio futuro. Altro che autoflagellazioni. Manca poco che nella mente vuota dei renziani tra qualche settimana si immagini il voto come il frutto di un destino “cinico e baro” o si pensi davvero a ridursi in una specie di Udc, in un plotone di avventurieri mercenari immerso nella palude centrista. Altrimenti tante dimissioni sarebbero dovute fioccare.

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