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A dieci anni dalla morte, il pensiero di Zanone rimane un antidoto al veleno del finto liberalismo

di andrea bitetto

Dieci anni fa ci lasciava Valerio Zanone, liberale da una vita e per l’intera sua vita. Uomo di cultura, di profonda cultura. Valerio era, al fondo, un uomo di cultura mutuato alla politica. E la cultura, per quanto possano interessare le note biografiche di chi oggi vuol ricordare un proprio maggiore, era il terreno sul quale ci eravamo incontrati. Per poi non lasciarci fino all’ultimo momento.

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Giù le mani da Valerio Zanone

di enzo marzo

Il convegno su Valerio Zanone e il liberalismo [vedi allegato] grida vendetta al cielo. Sarà celebrato Zanone dal re del trasformismo italiano: Marcello Pera, passato da Popper al clericalismo più retrivo, dal socialismo democratico al berlusconismo, per infognarsi infine nelle liste dei neofascisti.  Si farà accompagnare in questo convegno anche da liberaloidi infiltrati, spesso berlusconiani per interesse, per conformismo, per oblio dell’abc del liberalismo. Mentre Zanone – sia chiaro – stava sul fronte opposto. Sempre. Senza esitazioni. Anche chi , come noi, non è stato mai zanoniano, non può non sottolineare la slealtà di questa operazione di mistificazione antistorica che corre il rischio di risultare fortemente lesiva della figura di un liberale onesto che non ha mai ceduto alle tentazioni di un regime di destra squallido  e liberal-farlocco agli ordini di un frodatore dello stato. Sarà interessante vedere come sarà raccontato lo scippo ai danni proprio di Zanone della Fondazione Einaudi di Roma. Per poterla asservire ad Arcore. Vergogna. L’unica nostra speranza è che il convegno del Senato non si concluda con il saluto romano.

LE NORDATE HANNO POCO DI LIBERALE

di maurizio fumo

Nordio non smette di stupirci con le sue esternazioni. Difficile selezionare quelle più (tragicamente) divertenti. Questa volta occupiamoci di intercettazioni e dei delitti di corruzione.

In sintesi il Nostro ha affermato: a) che le intercettazioni non sono prove ma mezzi di ricerca della prova (da ultimo: L’IDENTITA’ del 21 dicembre), b) che esse si concedono e si eseguono (in Italia) sulla base di semplici sospetti, c) che, nelle indagini sui reati di mafia, sono inutili perché i mafiosi non parlano per telefono (IL FATTO QUOTIDIANO 21 dicembre), d) che il loro principale utilizzo consiste nel rovinare la reputazione di persone estranee ai reati per i quali si procede (lo dice in pratica in tutte le interviste che rilascia), e) che è inutile, anzi dannoso, punire il corruttore, al quale bisogna, viceversa, assicurare l’impunità, così lo si invoglia a collaborare e a denunziare il corrotto (tra le tante: LA STAMPA 7 dicembre). Continua la lettura di LE NORDATE HANNO POCO DI LIBERALE

DUE GIUGNO . LA DEMOCRAZIA DI PIERO GOBETTI

di pietro polito

Per noi la democrazia è il regno dell’iniziativa.

Piero Gobetti

In questo 2 giugno 2022 ci sono buone ragioni per tornare su Piero Gobetti. La festa della Repubblica cade a 100 anni dalla Marcia su Roma che ha introdotto nel nostro Paese uno dei regimi più infami che la storia abbia mai conosciuto. Gobetti ha combattuto il fascismo con la sua vita, le sue idee, la sua opera di organizzatore di cultura e di editore. All’intellettuale antifascista dedicheremo il convegno La nostra cultura politica. A 100 anni dalla fondazione della “Rivoluzione Liberale” (27 e 28 ottobre 2022). Il Gobetti editore sarà al centro del programma di lavoro del Centro studi nel 2023 – la casa editrice Piero Gobetti inizia la sua attività il 20 marzo 1923. L’auspicio è che il prossimo Salone del Libro di Torino sia dedicato all’editore ideale.

Il nucleo del messaggio gobettiano può essere riassunto nella contrapposizione tra fascismo e democrazia, con le sue parole tra la «tirannide» e il «regime di moderna democrazia diretta e laica»,

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MELONI FINALMENTE STUDIA

(nella foto, Meloni con il suo candidato Michetti)

Domenica scorsa, la Presidente di Fratelli di Italia, dopo l’assalto di Forza Nuova alla sede della Cgil, ha fatto questa asserzione: «Non so quale fosse la matrice di questa manifestazione ieri, sarà fascista, non sarà fascista… non è questo il punto». In seguito Meloni ha trascorso il weekend a studiare:  ha raccolto i bignami di scuola media, ha tentato di rifletterci su, ha consultato gli intellettuali di estrema destra, si sarà incontrata con Veneziani,  Storace e il Comitato scientifico della Fondazione Tatarella, e finalmente è pervenuta al «punto». E così dopo tre giorni di affaticamento della mente è riuscita a dichiarare: «L’attacco a Roma era di Forza Nuova, quindi di matrice fascista». Come non apprezzare quel «quindi»? Vuol dire che tre giorni prima aveva dei dubbi che i rivoltosi fossero di Forza Nuova? 

Lo sforzo di apprendimento compiuto da Meloni deve essere stato molto intenso, tale da avere conseguenze gravi sulla sua mente. Infatti la Presidente, rispondendo alla Camera all’intervento (in verità assai indecente) della ministra Lamorgese, è inciampata in una gaffe terribile: ha accusato il governo di perseguire una “strategia delle tensione”. Rimprovero assai grave che riporta la memoria a un tempo di attentati e di morti. Adesso le toccherà passare il prossimo weekend a studiare che cosa fu la “strategia delle tensione”. E così scoprirà improvvisamente che quella maturò nell’ambiente di estrema destra, la quale –assieme a torbidi settori dello stato – fornì al terrorismo nero manovalanza, complicità, armi. Proprio il terrorismo allevato dal partito di quella Fiamma Tricolore che campeggia ancora nel simbolo dei suoi Fratelli di Italia. Scoprirà che Pino Rauti fu anche segretario del MSI. E tante altre cose. Aspettiamo la prossima settimana per una correzione della cantonata presa.  

PS.: E Meloni la smetta di dichiararsi “liberale”, altrimenti le toccano alcuni decenni di studi. E solo allora capirà finalmente la differenza tra Benedetto Croce e Ignazio La Russa

LIBERALI, ILLIBERALI, NON LIBERALI E PANDEMIA

di raffaello morelli

Puntualmente, con la pandemia,  sta emergendo la (purtroppo) profonda cultura illiberale  radicata in Italia, vale a dire la cultura che opera contro le condizioni della libertà. Le cure della pandemia, come il green pass (nel prosieguo indicate con “tessera verde”), sono trattate non per quello che sono – delle terapie  molto utili nel vivere – bensì per  i limiti che imporrebbero alla libertà individuale. Perciò, gli illiberali si stracciano le vesti e si scagliano contro la tessera verde paragonata ai comportamenti dei peggiori regimi dispotici. Qui si vuol ricordare agli illiberali – i quali non a caso riscoprono solo ora il concetto di libertà ostacolato in decenni – che cosa la libertà significhi per i liberali e quale ruolo costruttivo abbia in una società democratica.

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La privacy non può essere usata contro la democrazia

di raffaello morelli

Negli anni è andata sempre più distorcendosi l’applicazione del principio di rispetto della libertà privata di ogni cittadino. Oggi si sta sfiorando l’assurdo nei campi più vari. Non è un caso. Il rispetto della libertà privata è un tipico principio liberale, che però viene gestito, sia quando si sono redatte le norme quadro sia quando si attuano, da persone assai lontane dalla cultura liberale se non addirittura antiliberali. E che perciò le interpretano in una maniera dannosa (sotto più versi) per la libertà individuale e per il corretto rapporto tra il singolo cittadino e le Istituzioni. Basta esaminare alcune tipologie concrete.

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QUANDO IL “POLITICAMENTE CORRETTO” DIVENTA FANATICO

LETTERA DI 150 INTELLETTUALI SU Harper’s

Lettera aperta sulla giustizia e la libertà di dibattito
Le nostre istituzioni culturali stanno affrontando un momento difficile. Le imponenti proteste per la giustizia razziale e sociale stanno portando a sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme ad appelli più generali per una maggiore uguaglianza e inclusione nella nostra società, anche e soprattutto nell’istruzione superiore, nel giornalismo, nella filantropia e nelle arti. Ma questo indispensabile redde rationem ha avuto anche l’effetto di intensificare un insieme di atteggiamenti morali e impegni politici che tendono a indebolire le nostre norme di dibattito aperto e tolleranza delle differenze e a favorire il conformismo ideologico.

Applaudiamo la prima di queste due tendenze, ma stigmatizziamo con forza la seconda. Le forze dell’illiberalismo stanno crescendo in tutto il mondo e hanno un potente alleato in Donald Trump, che rappresenta una reale minaccia per la democrazia. Ma non bisogna lasciare che la resistenza si irrigidisca nel dogma o nella coercizione, che già adesso vengono strumentalizzati dai demagoghi di destra. L’inclusione democratica che vogliamo potrà essere realizzata solo se ci schiereremo in modo chiaro contro il clima di intolleranza che si è creato da tutti i lati.
 

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BIONDI E GLI PSEUDO-LIBERALI IN GUANTI BIANCHI

di enzo marzo

La morte di Alfredo Biondi ricorda a coloro che lo conobbero la scomparsa di un simpatico buontempone. Chissà come se la riderà, oggi che sono finiti i suoi interessi terreni, a leggere in qual modo la sua dipartita è stata celebrata da politici e quotidiani di destra.

Forza Italia arriva ad annoverarlo come «una colonna del liberalismo», evidentemente assieme a Croce ed Einaudi, Albertini e Giolitti, Ernesto Rossi e Pannunzio.

Ma non ci scandalizziamo: i berlusconiani da trenta anni spacciano un’immagine di Forza Italia come “partito liberale di massa”. Pronto a realizzare finalmente la “rivoluzione liberale” tanto auspicata da Gobetti. Ovviamente non hanno mai creduto neppure loro a questa scempiaggine, che tutta la storia politica del berlusconismo ha dimostrato d’essere la più solenne bufala di fine secolo. Ma lo slogan – assecondato da un piccolo stuolo di accademici liberaloidi – è servito a molti liberali di destra in gran parte provenienti dal partito liberale, ma anche a rottami del craxismo e a tutto il partito radicale, come patetico alibi per giustificare un vergognoso trasmigrare verso la forza politica fondata da Berlusconi-Dell’Utri e Previti. Tutti nomi non sconosciuti che costituivano una garanzia certa di mascalzonaggine politica al servizio degli interessi personali del Capo azienda.

Purtroppo Biondi fu uno di questi. Quando Scalfaro cassò il nome di un corruttore seriale come Previti proposto, con una faccia tosta senza pari, da Berlusconi come ministro della Giustizia, frettolosamente fu pronta la controfigura. Appunto Biondi. Tutto qui. Il primo governo Berlusconi entrò in azione l’11 maggio 1994. E Alfredo, dopo appena due mesi, si copiò fedelmente una velina proveniente dallo studio Previti e propose addirittura per decreto legge quello che diventò famoso come il “salvaladri”, che vietava il carcere preventivo per reati come corruzione e concussione. Semplicemente si modificavano le condizioni di legge per prescrivere o no il carcere preventivo, il tutto a favore della vecchia e nuova classe dirigente che aveva portato al potere l’uomo di Arcore. Ci credo che oggi il giornale rifondarol-berlusconiano lo compiange così tanto. Il “decreto salvaladri” inaugurò tutta la copiosa serie dei “lodo” e  tutta la legislazione ad personam, che per decenni fu alla base dei nove salvataggi per legge del Padrone. Sinceramente ce li vedo poco Croce e Pannunzio nella stessa brigata di un berlusconiano di complemento. Che fu ricompensato con l’elezione in varie legislature sempre con Forza Italia, fino al suo disimpegno da quel partito, forse perché, diventato completamente inutile, gli era negata l’ennesima riconferma. La storia saprà giudicare con speriamo maggiore severità un regime e i suoi complici che hanno portato  alla disintegrazione dell’etica pubblica  e il nostro paese alla completa rovina politica.

Con Biondi, Urbani e altri i liberali ex Pli comincia una radicale inversione di tendenza rispetto al moderatismo molto civile di Valerio Zanone (e lo può scrivere serenamente chi non fu mai zanoniano), il quale “naturalmente” rigettò ogni compromissione con Arcore e con grande dignità svolse un suo ruolo di oppositore. Mentre la piccola bandierina del Pli cominciava a sguazzare nel fango.

E purtroppo non è finita lì. Nella storia non si sa mai dove si può arrivare, anche se qualche volta c’è una logica stringente.

Il Pli (non ci crederete, ma esiste), infatti, in questi anni è tornato alle sue radici. 

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SALUTO A GIULIO GIORELLO – DISSENSO, PENSIERO CRITICO E RICERCA SCIENTIFICA di Giulio Giorello

La scomparsa di Giulio Giorello ci ha profondamente affranti. Critica liberale non è solamente una rivista e una Fondazione che fanno opera di testimonianza di un liberalismo autenticamente progressista, è una cerchia relativamente ristretta di persone  che cercano di vivere avendo come stella polare il valore della libertà. E quando se ne va uno che sentiamo dei nostri, il dolore è più profondo perché se ne va un sodale. Giulio era uno spirito libero e liberale. Ce ne sono troppo pochi.

Quando, l’anno scorso, abbiamo deciso di celebrare  l’anniversario di Critica liberale con un Convegno che sentivamo un po’ come riassuntivo di tutto il nostro impegno di mezzo secolo, non abbiamo avuto alcun dubbio: la lectio magistralis doveva essere pronunciata da Giulio Giorello. E egli è venuto a Roma e ci ha offerto una vera lezione . Mentre parlava, sul tavolo aveva qualche appunto e un solo libro, impregnato di secoli di civiltà liberale: Autorità e individuo, un volume di Bertrand Russell. La sua lezione, che qui riportiamo integralmente, rappresenta uno dei sempre più rari esempi di comunione tra una cultura  sterminata e passione politica. Tra spirito critico e volontà di fare. Tra devozione verso il dubbio e convinzioni laiche non fanatiche. Le  sue parole potrebbero costituire il programma di un partito politico, di quello che noi di “Critica” chiamiamo “il partito che non c’è”. Purtroppo  il nostro paese sta sprofondando in una decadenza che appare inarrestabile. L’unica consolazione è che, in questo deserto intriso d’ignoranza e di opportunismo, a noi e ai giovani nessuno potrà sottrarre il libri di un Russell  e di un Giorello.  [e.ma.]

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DISSENSO, PENSIERO CRITICO E RICERCA SCIENTIFICA

di Giulio Giorello

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POPPER E L’INTOLLERANZA VERSO GLI INTOLLERANTI

[nella foto:  francesco polacchi, responsabile della casa editrice Altoforte, che espone le sue idee insieme con alcuni intellettuali di Casa Pound]

di enzo palumbo

Mattia Feltri, che è un acuto osservatore delle cose italiane, riferendosi alla vicenda dell’esclusione della casa editrice Altoforte dal Salone di Torino, nel darci il buongiorno su La Stampa dell’11 maggio, ha fatto ricorso al noto paradosso di Popper, per il quale, detto in pillole, se siamo tolleranti cogli intolleranti, l’intolleranza vincerà.

Messa in questi termini semplificati, il ragionamento di Feltri lo porta a concludere che in tal modo finisce per attivarsi quella che chiama “la dinamica dell’intolleranza”, per cui  “se sei intollerante con l’intollerante, a tua volta diventi intollerante e qualcun altro sarà autorizzato all’intolleranza contro di te”.

Per la verità, il paradosso di Popper è un po’ diverso rispetto alla semplificazione che si usa farne, perché non postula, sempre e comunque, l’intolleranza verso gli intolleranti, ma censura soltanto la tolleranza “illimitata”: “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.”

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liberalismo, liberalsocialismo, azionismo, ieri oggi e soprattutto domani

di antonio caputo *

Mi spiace molto non potere partecipare  all’importante Convegno della Fondazione Critica liberale, cui mi lega un profondo idem sentire, laico, libertario e liberalsocialista , in occasione del sul cinquantesimo anniversario, in ragione di impegni professionali non differibili. Auguro a tutti Voi buon lavoro, nel solco del filo rosso che da Gobetti va a Salvemini , da Rosselli all’azionismo , da Ernesto Rossi a Bobbio, nostri “maggiori”.  In tempi molto tormentati per chi come noi coltiva ideali e principi propri di una compiuta democrazia rappresentativa non solo formale,  che vive nella separazione dei poteri e nel loro bilanciamento intrinseco e estrinseco, capace di promuovere  e realizzare Giustizia e Libertà, voci  come quella di Critica sono necessarie come l’aria. Affronteremo a breve la scadenza decisiva per le sorti dell’unione dei popoli europei e  della civiltà europea liberaldemocratica e laica,  delle elezioni europee.

È necessario che la libera voce di quanti si riconoscono nei nostri valori suoni  con forza.   La sfida della democrazia del capo o dell’investitura, di quella che Emilio Gentile ha definito  democrazia recitativa alla democrazia e alla sovranità del popolo, in una fase  caratterizzata da personalizzazione e digitalizzazione della politica, impone di trovare nuovi percorsi per dare e conservare linfa vitale alla sostanza della democrazia, i principi e la pratica di  giustizia e libertà,  e veder non morire quegli aneliti.

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